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Mario Tuti nasce a Empoli il 21 dicembre 1946. Figlio di un fedelissimo a Badoglio, fino alla mattina del 24 gennaio 1975 conduce una vita apparentemente tranquilla nella cittadina in provincia di Firenze dove vive con la moglie e i due figli piccoli e dove lavora come geometra all’ufficio tecnico comunale.

Quel giorno Tuti, che già un paio d’anni prima aveva dato vita al Fronte Nazionale Rivoluzionario – un “gruppo armato di lotta contro il sistema” che si rifaceva al fascismo rivoluzionario e agli ideali della Repubblica sociale italiana – uccide due dei tre poliziotti che si erano recati a casa sua per perquisire l’abitazione e per arrestarlo. Dopo il duplice omicidio riesce a fuggire. Con l’aiuto di alcuni ordinovisti toscani – tra cui Marco Affatigato, che per questo verrà condannato –  riesce a nascondersi in un rifugio sicuro, in Garfagnana, e poi a fuggire all’estero. Ordine nuovo gli consiglia di riparare in Sudafrica ma Tuti rifiuta, preferendo una latitanza solitaria tra Pisa e la Francia. Viene condannato all’ergastolo in contumacia e arrestato dopo poco in Francia, a Saint Raphael, a seguito di una breve sparatoria con la polizia.Viene quindi estradato inItalia.

Nel 1980 viene rinviato a giudizio per la strage al treno Italicus (4 agosto 1974, 12 morti): ritenuto colpevole in appello, viene assolto definitivamente dalla Cassazione al termine di un processo lungo e tortuoso. Condannato a 20 anni per gli attentati sulla linea Firenze-Roma, in appello, nel ’90, per lui cade ogni accusa.

Il 13 aprile 1981, durante l’ora d’aria nel carcere di massima sicurezza di Novara, uccide insieme con Pierluigi Concutelli il fascista bresciano Ermanno Buzzi, condannato per la strage di Piazza della Loggia e considerato dai “neri” unconfidentedeicarabinieri.

Il 25 agosto 1987 è a capo della rivolta e del tentativo di evasione dal carcere di Porto Azzurro, al’Isola d’Elba. Cinque detenuti, tra i quali lo stesso Mario Tuti, sequestrano 34 persone dell’amministrazione penitenziaria, compreso il direttore, e le tengono in ostaggio per oltre una settimana. La rivolta termina con la resa dei “detenuti-sequestratori” e la condanna a 14 anni per la “primula nera”.

Nel 2000 chiede la semilibertà; nel 2003 arriva il primo permesso; nel 2004 la semilibertà con un lavoro tra i giovani ospiti di una comunità di recupero per tossicodipendenti aTarquinia e tra i bambini di una casa-famiglia a Roma.

Nei suoi 38 anni in carcere ha incontrato criminali del calibro di Renato Vallanzasca, Francis Turatello, Felice Maniero e altri.

Monica Zornetta (Corriere della Sera, 5 febbraio 2013)