Strage di Brescia. Carlo Maria Maggi: parla il perito che lo visitò. “È un uomo anziano e malato”

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Il rischio era che il processo all’ex ispettore veneto di Ordine nuovo Carlo Maria Maggi seguisse altre impervie strade: quelle dell’archiviazione, o della sospensione, per incapacità mentale dell’imputato. Proprio come è accaduto di recente, ad Amburgo ma anche a Città del Guatemala, a due vecchi “criminali eccellenti”: il 93enne ex comandante delle Ss Gerhard Sommer, e il generale guatemalteca Josè Efraín Ríos Montt, 89. Il primo, già condannato all’ergastolo dal Tribunale militare di La Spezia per la strage di Sant’Anna di Stazzema, è stato considerato incapace di intendere e di volere dalla giustizia tedesca con conseguente archiviazione del procedimento in corso; il secondo, incriminato per genocidio perpetrato contro il suo stesso popolo nei primi anni ’80, ha assistito alla sospensione del processo che lo vedeva imputato perché dichiarato mentalmente inabile.

Su Maggi i periti della Procura lombarda sono invece giunti ad altre conclusioni: a dispetto delle condizioni di salute, l’81enne rodigino, ex medico della mutua di Venezia, aveva la capacità cognitiva di stare in giudizio.

“La Procura di Milano aveva chiesto a me e al medico legale di Venezia, Sergio Lafisca”, spiega lo psichiatra salernitano Corrado De Rosa, “di valutare, tra le altre cose, se Carlo Maria Maggi fosse in grado di provvedere a una sua difesa materiale, non tecnica, se riconosceva le figure che a vario titolo si occupavano di lui, se capiva le accuse che gli venivano mosse. Il dottor Maggi soffre di una malattia neurologica degenerativa, è stato colpito da un ictus nel ’97, non è autosufficiente nei movimenti ed è una persona anziana: nonostante ciò non aveva grossolani disturbi cognitivi, affettivi e del pensiero. E i suoi deficit di memoria, gli accidenti cognitivi (che nessuno ha disconosciuto), erano frutto di un fisiologico decadimento senile più che segni di demenza. Maggi ha raccontato molte vicende della sua vita, anche se certamente non i più piccoli dettagli, ha potuto spiegarci i suoi problemi giudiziari relativi a piazza Fontana, ha saputo dirci perché era imputato a Brescia, ha collegato eventi, riflettuto sul suo passato. Da juventino, si è soffermato a lungo sulla finale di Champions League, Juventus-Barcellona, che si sarebbe giocata qualche giorno dopo le nostre visite. Quando il perito d’ufficio, il professor Mario Tantalo, che è giunto alle medesime nostre conclusioni, gli ha prospettato la possibilità di andare in udienza, ha risposto serenamente: “Se mi dicono come fare per andarci, perché no?”. Iniziative come quelle adottate dai giudici della seconda corte d’assise d’appello di Milano, continua De Rosa, sono frequenti soprattutto nei processi che trattano i grandi misteri d’Italia o in cui gli accusati sono i boss delle guerre di mafia degli anni Ottanta, “perchè si tratta di processi che si allungano nel tempo, e naturalmente gli imputati invecchiano, spesso sono molto malati, e qualche volta perdono le funzioni psichiche necessarie a partecipare coscientemente ai dibattimenti”. Ma, come detto, non è stato il caso di Maggi. Chissà che adesso, riconosciutagli la capacità di stare in giudizio, non sia anche in grado di dire tutto ciò che non ha ancora detto.

Monica Zornetta (Corriere della Sera, cronaca di Brescia, 25 luglio 2015)