Architettura umanitaria. Niente cemento ma pneumatici e tubi riciclati per le scuole costruite da ARCò
03/11/2021
L’architetto: «Interveniamo su 2000 anni di storia. E i torinesi potranno vederlo in diretta»
20/11/2021
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Quando gli agiati viaggiatori europei che tra la seconda metà del Settecento e la prima dell’Ottocento arrivavano a Torino per il loro Grand Tour, la città era nel pieno di importanti – e non di rado cruenti – fermenti politici, sociali e culturali. Raggiungevano l’Italia sbarcando dal porto di Genova o valicando il Mont Cenis e quando finalmente calpestavano il solenne suolo della città con, tra le mani, la più dettagliata carta topografica dell’epoca, erano accolti da una tale esplosione di modernità architettonica e urbanistica da rimanere a bocca aperta.

In quei decenni movimentati, infatti, Torino aveva ben pochi eguali nella penisola: generosa di ville, palazzi, teatri, chiese, castelli, portici, parchi, punteggiata di vigne, decorata con stucchi, impreziosita dalla nobile attività dell’Accademia Reale ed ingentilita dalle quinte alberate dei viali, la capitale sabauda (non ancora capitale d’Italia) venne descritta dagli intellettuali dell’epoca come «una città deliziosa», «ben costruita», «seconda a nessun’altra per magnificenza», che in quanto a «spaziosità supera […] tutto ciò che è stato immaginato prima», come scrissero, in periodi diversi, Carlo Goldoni, Nikolaj Gogol, Montesquieu e, alla fine del XVII secolo, persino l’americano Mark Twain.

Tra i gentiluomini europei che visitavano la città c’era chi amava perdersi tra le sue vie cosmopolite e i suoi angoli più remoti, girovagando senza una meta precisa come più tardi faranno, a Parigi, Charles Baudelaire e George Perec, e chi seguiva fedelmente le indicazioni della Guida de’ forestieri per la Real città di Torino di Craveri e della Nuova guida di Torino del Derossi. Ciascuno di loro, però, quando arrivava in Piazza Castello, il cuore cittadino, restava incantato specialmente dalla maestosità di un palazzo: di quel Palazzo Madama che già allora esprimeva l’arte della storia (ma anche la storia dell’arte) torinese con le sue fondamenta romane, la sua anima medievale, il suo spirito principesco e la sua suggestiva facciata barocca in pietra, progettata, insieme all’imponente scalone voluto dalla Madama Reale Marie Jeanne Baptiste de Savoie-Nemours, dall’architetto Filippo Juvarra tra il 1718 e il 1722, come parte di un progetto mai completamente realizzato.

L’edificio, uno dei simboli di Torino nel mondo insieme alla Mole Antonelliana e alla cappella del Guarini, nei secoli ha affrontato parecchie traversie, giungendo fino ai giorni nostri anche grazie all’intervento di Napoleone Bonaparte, che personalmente ne scongiurò la demolizione a colpi di piccone sollecitata dal generale Barthélemy Catherine Joubert, al tempo governatore della città, per fare posto ad una gigantesca piazza d’Armi. Considerato uno dei capolavori architettonici dell’arte italiana settecentesca, Palazzo Madama fa parte del patrimonio Unesco ed è la sfarzosa “casa” del Museo civico d’Arte antica. Inoltre, essendo stato realizzato con il nobile ma friabile marmo di Foresto della Valle di Susa, anziché con i tradizionali (per Torino) mattoni in laterizio, il Palazzo spicca tra le costruzioni sabaude.

Proprio per la sua grande importanza storica e per le tante criticità che ne stanno compromettendo la conservazione, Palazzo Madama e soprattutto la facciata, oggetto fin dall’Ottocento di una serie di interventi di stabilizzazione, sarà presto sottoposta a un nuovo impegnativo restauro finanziato dalla Fondazione CRT per quasi due milioni e mezzo di euro.

Si tratta di una complessa serie di lavori di consolidamento strutturale assolutamente necessaria e non più differibile, che comincerà nel gennaio 2022 per concludersi nel giugno 2023. Promosso dalla Fondazione Torino Musei, approvato dal Mibact e dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Torino, firmato dallo studio Gritella e Associati (Mole Antonelliana e Palazzo Reale tra i suoi restauri), l’intervento è solo l’ultimo dei tanti sostenuti negli anni dalla Fondazione CRT.

«Ci prendiamo cura di un bene comune per riportare alla luce la “grande bellezza” del nostro territorio, che, attraversando i secoli, rafforza il nostro essere e sentirci parte di una comunità» ha sottolineato il presidente dell’istituzione piemontese, Giovanni Quaglia.

Nei cinquecento giorni programmati per il restauro verrà utilizzato un melange di tecniche artigianali e metodologie avanzate (attraverso la combinazione, per esempio, di marmi identici agli originali e materiali innovativi come acciai speciali, fibre di carbonio e resine) per riqualificare l’intero apparato architettonico e decorativo, consolidare la struttura dei soffitti e degli architravi in pietra, rimuovere le quattro grandi statue allegoriche realizzate da Giovanni Baratta per poi “musealizzarle” e sostituirle con delle copie, recuperare gli undici finestroni barocchi, i più grandi del territorio piemontese. Il tutto avverrà davanti agli occhi del pubblico, che grazie a un sofisticato sistema di videocamere potrà assistere alle principali fasi dei lavori in corso sulle impalcature.

Monica Zornetta (Avvenire, Speciale I 30 anni di Fondazione CRT)