Mafia e usura in Veneto: Padova e le “vipere” casalesi

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È l’una del pomeriggio di un fosco ottobre 2010 quando Rocco R., imprenditore edile della cintura padovana, si presenta negli uffici della Dia, in via Astichello e, piuttosto agitato, chiede di poter parlare con qualcuno. Dice che ha una cosa importante da rivelare. Chi lo accoglie è un ispettore di Polizia, lo stesso che una quindicina di anni fa ha partecipato alle due catture del mafioso veneto Felice Maniero:  a Capri, a bordo dello yacht Lucy, e a Torino.

Rocco R. si siede, e dopo un attimo di titubante silenzio comincia a parlare. Racconta di una organizzazione di usurai ed estorsori legati al clan dei Casalesi che ha ridotto sul lastrico molte piccole aziende del Padovano e del Vicentino già in difficoltà per la crisi.

Spiega che queste persone usano presentarsi agli imprenditori come consulenti finanziari della ditta “Aspide srl” di Selvazzano Dentro (Pd), che mostrano di vendere prodotti bancari e prestiti con piani di rientro. Quei prestiti, però, sono uno strozzo per gli imprenditori, costretti a onorarli in tempi esigui con tassi di interesse del  10-15% al mese e, dunque, del 180% ogni anno. “A  me hanno prestato 55 mila euro nel maggio 2010, lievitati a 200 mila al 17 gennaio di quest’anno, più tre appartamenti nuovi da consegnare alla gang”, ammette.

Dopo averli taglieggiati per bene, la Aspide si appropria completamente dell’azienda, licenziando gli operai e vendendo il magazzino al miglior offerente. Chi vuole salvare almeno la pelle diventa a sua volta un membro dell’organizzazione, aiutando così la “piovra” a ingrandirsi.

Rocco R. parla. E non la smette di raccontare. E’ come se all’improvviso avessero liberato un fiume per troppo tempo ristretto entro argini troppo angusti. Dice che a chi non paga, o paga in ritardo, toccano le botte, come è successo a due imprenditori edili del Padovano, Mario B. e Alberto B., padre e figlio, i quali per non aver rispettato un pagamento, sono stati prelevati dagli scagnozzi della banda di “cravattari” e picchiati a sangue, davanti ai loro operai.

Al padre, ricorda l’uomo, è stata presa la stampella con cui si aiuta a camminare e, con quella, è stato picchiato insieme al figlio, finché quest’ultimo, disperato e insanguinato, ha supplicato il Capo dell’organizzazione e titolare della Aspide, Mario Crisci, di lasciare loro ancora qualche giorno di tempo per potere recuperare quei soldi: “Ve lo chiedo in ginocchio”. E difatti, dopo poco, padre e figlio consegnano a Crisci duemila euro appena ricevuti da un cliente. È inutile precisare che nessuno, né i due imprenditori, né gli operai che hanno assistito alla scena, si sono sognati di denunciare alcunché.

Rocco R. dice di essere stato più fortunato, se così si può dire. “Sono stato aggredito dinanzi al bar dello stabile dove aveva sede la Aspide da Antonio, Massimo, Ciro e Mario “il Dottore”, prima verbalmente, poi con strattoni finché alle grida di Mario “Picchiatelo! Perché vi pago per questo!” Antonio ha tentato di colpirmi con un pugno al viso che ho evitato.. mi hanno portato negli uffici dove mi hanno mostrato una pistola nera”.

Come se non bastasse, il denunciante aggiunge nel suo racconto che uno dell’organizzazione, uno molto vicino al Capo, aveva disposto che il figlio preadolescente cominciasse ad assistere a qualche “avvertimento”: “Suo padre gli aveva regalato film che trattavano di mafia e camorra, come tutta la serie de Il Padrino. E il ragazzino diceva che non vedeva l’ora di diventare un boss, come gli stava insegnando il papà”.

Quando finisce di raccontare, Rocco R. è esausto; madido di sudore, tiene gli occhi bassi. Appena li rialza e incrocia quelli dell’ispettore, non può non notare un brillìo di incredulità, di perplessità di fronte al suo racconto.

Eppure, nonostante l’iniziale scetticismo – anche del pm della Direzione distrettuale antimafia di Venezia, Roberto Terzo, che poi coordinerà l’inchiesta denominata “Serpe” –,  prendono il via le indagini degli uomini della Dia di Padova, ai quali si aggiungeranno i militari del comando provinciale dei Carabinieri di Vicenza, che il 14 aprile portano in carcere 27 persone accusate di far parte di una filiale veneta della Camorra di Casal di Principe dedita all’usura (61 i casi accertati) e all’estorsione (18).

Ma non tutti i presunti appartenenti all’organizzazione guidata dal 33enne Mario Crisci di Castelvolturno – faccia da schiaffi e soprannome di riguardo, “O’ dottore” – sono campani: otto, infatti, sono veneti doc,  delle provincie di Padova, Vicenza, Verona; imprenditori che da vittime sono divenuti carnefici, chi procacciando nuovi clienti, come l’insospettabile padovano Johnny Giuriatti, 37 anni, ex patron della Global scorte e oggi in regime di 41bis, chi fornendo schede telefoniche, come Andrea Milani, 42 anni, anch’egli residente nel capoluogo euganeo. Ecco spiegata l’attonito lumine comparsa negli occhi dell’ispettore della Dia dopo il racconto dell’uomo.

Dalle intercettazioni telefoniche, i pedinamenti condotti in varie regioni e la corposa mole di documenti, gli investigatori impegnati nella maxi operazione riescono a ricostruire l’organigramma dell’associazione e il suo modus operandi. A capo di tutto, come detto, c’è Crisci; sotto di lui ci sono Antonio Parisi, 43 anni, agente di commercio e  procacciatore d’affari – da quanto risulta l’unico a essere affiliato alla Camorra  -, nonché padre del bimbo destinato a diventare un boss, e Massimo Covino, 37 anni.

A seguire ci sono gli altri otto campani, tra cui il nipote e il fratello di Antonio Parisi, Ciro e Alberto; Pasquale Talamo, 52 anni, l’intestatario dei conti dell’associazione per delinquere e Giuseppina Caruso, la mamma di Crisci che al momento dell’arresto teneva in casa 35 mila euro in contanti.  Insieme a loro figura anche la donna del boss, la sarda Donatella Concas, 34enne originaria di Tortolì ma trasferitasi nel Nord Italia a seguito della scelta di collaborare con la giustizia in un processo che qualche anno fa aveva scosso l’isola: quello contro Maria Auslia Piroddi, la segretaria della Camera del lavoro della Cgil di Barisardo condannata all’ergastolo per gli omicidi di un sindacalista e di un operaio forestale.

Dopo la schiera di napoletani vengono gli undici aiutanti locali, alcuni dei quali incaricati di procurare al gruppo nuovi “polli da spennare”, come fanno Giuriatti o Gabriele Marostica, 55enne di Villa Bartolomeo (Vr) o, ancora, Marzio Casarotto, 43 anni di Tarcenta ma residente a Bagnolo di Po, nel Rodigino; altri, come il 48enne commercialista di Marostica (Vi) Ivano Corradin, già indagato nel 2009 per bancarotta fraudolenta, vengono utilizzati per istruire la banda sulla situazione patrimoniale delle vittime. Tra la sua casa e lo studio di Bassano del Grappa (Vi), i Carabinieri del nucleo investigativo di Vicenza trovano diversi dossier sugli imprenditori caduti nella rete dell’organizzazione.

Tuttavia c’è anche chi spicca nell’organigramma con un ruolo particolare: quello di consulente per l’usura, come avviene per Giuseppe Zambrella, 37 anni di Matera da tempo residente a Verona e per la ferrarese, ma scaligera d’adozione, Diana Ziotti detta la “Nonna”, per via dei suoi 68 anni.

La Nonna, dopo aver saldato il proprio debito con la banda, aveva tentato di crearsi un proprio giro di usura utilizzando il brand di Casal di Principe: ma un intervento diretto di Crisci, condito da pesanti minacce, l’aveva fatta desistere ponendo così fine al nascente business. “Mi seccherebbe se qualcheduno va a nome tuo e ti spaccia per chissà che boss della malavita.. dopo ci facciamo le risate… perché dopo lo vado a dire a chi di dovere per chi ti stai spacciando”. Se la donna voleva utilizzare il nome dei Casalesi, avrebbe dovuto versare all’organizzazione parte del denaro incassato oltre, naturalmente, a sottostare alla gerarchia.

A mettersi in proprio, dribblando la gang, ci aveva provato anche un ex poliziotto padovano, Christian Tavino, 34 anni: dal principio collaboratore del gruppo, poi se ne era uscito continuando tuttavia ad usare quel marchio criminale particolarmente vincente. Alla fine, però, anche a lui non era rimasto che abbassare la testa dopo i duri rimproveri del “Dottore”.

Mobili, nel senso che non occupano staticamente la piramide gerarchica ma si muovono a richiesta secondo uno schema consolidato, sono i tre che compongono il “braccio armato” della banda: Alessandro Mazza, 32 anni, il picchiatore storico che al bisogno saliva in Veneto da Napoli, l’albanese Ferdinant Selmani, 29 anni, e Patrik Halabica, 34 anni, pluripregiudicato di origine ceca.

Per seminare il terrore tra gli imprenditori che si trovavano “col cappio al collo” (132, secondo le indagini), i tre si presentavano sfoggiando armi e munizioni da guerra; solo in un secondo momento passavano al pestaggio vero e proprio. Un’intercettazione svela che cosa Selmani racconta, del suo lavoro, a una parente.  “In quel lavoro cosa fai?” gli chiede la donna, “Niente, sono in ufficio, quando mi dicono di andare a picchiare, andiamo a picchiarlo”. Ma l’altra dissente: “No, caro, perché picchiare?” E il ragazzo: “Ma no, abbiamo le carte in regola. Quelli che non pagano, perché gli danno i soldi con gli interessi.. perché non ti possono prendere dopo perché, talmente hanno colpa, accettano le botte”.

Fondamentale in questa inchiesta è stata, come visto, la collaborazione di Rocco R.: dopo la prima denuncia, infatti, e fino alla fine di gennaio 2011, l’imprenditore padovano ha continuato a frequentare le stesse persone che aveva accusato, a fare le cose di sempre, a non dare nell’occhio insomma, proprio per poter raccogliere sempre nuove informazioni da passare alla polizia giudiziaria: ha smesso di fare da “esca” solo quando si è trovato sul punto di dover firmare la cessione dei suoi beni, vincolati da ipoteca all’insaputa degli strozzini. Poiché la cosa lo avrebbe condannato a morte, l’uomo è stato trasferito in una località protetta.

Dalle indagini ancora in corso emerge inoltre che, tra le vittime del clan, ci sarebbe anche uno dei maggiori gruppi edili della provincia di Treviso, entrata nel “giro” dopo essersi trovata nell’impossibilità di accedere a prestiti bancari. Anche per questi imprenditori il contatto con la banda di Crisci ha rappresentato l’inizio della rovina poiché, per pagare gli interessi stellari, sono stati costretti a cedere alcune quote di una loro società, poi trasferita fuori regione e utilizzata per lavare il denaro sporco.

Per circuire gli imprenditori da “strozzare”, l’organizzazione si muove dapprima con dei doni, di solito delle mozzarelle campane dop – del caseificio Reccia di Casal di Principe, riconducibile a Stefano Reccia, esponente del clan -, poi passa alle minacce velate che successivamente, in base alla risposta delle vittime, si fanno più esplicite (alcuni esempi: “Sapete in quale paese di merda io vivo in provincia di Caserta? O ve lo devo ricordare?”; “Se anche noi finiamo in galera arrivano altri da Casal di Principe”; “Devo far salire qualcuno che vi viene a rompere le ossa a mazzate? Qualche detenuto che vi farà uscire sangue.. non sto scherzando, vi faccio lasciare a terra”; “Ci presentiamo tutti quanti da vostra moglie, ci presentiamo in maniera educata e gli spieghiamo tante cose, va bene? Avete capito? Però ricordatevi una cosa.. non vi fate del male solo voi, si fa male tutto il resto della famiglia, vale la pena?”). In un secondo momento arrivano gli appostamenti in macchina, tutte le mattine, sotto le loro abitazioni, e solo alla fine subentra la violenza fisica, come è accaduto al padre e al figlio picchiati con la stampella davanti agli operai. A presentare entrambi ai napoletani era stato proprio Johnny Giuriatti, prodigatosi per fare da trait d’union anche tra Rocco R. e la banda.

La tecnica che l’insospettabile Giuriatti utilizza per agganciare le vittime è semplice: prima sparge la voce nell’ambiente dei piccoli e medi imprenditori, poi, non appena all’orecchio gli arriva la fatidica frase “La banca non mi fa più un prestito per colpa della crisi”, ecco che si presenta con la soluzione. “Vieni – dice, comprensivo – ti presento io delle persone che possono aiutarti: guarda, i tassi di interesse sono un po’ più alti ma è tutto sicuro”.

Parte dei guadagni, rivela “O’dottore” in una intercettazione, deve essere spedita in Campania, a chi sta in carcere: “Questi soldi giù li aspettano tante persone.. tu sei mai stato in carcere? Voi non sapete quanto è triste quando state in carcere perché non avete i soldi perché non ve li mandano.. capito? E allora io li devo mandare…quando i soldi non arrivano, quello che sta in carcere si incazza”.

Da un’altra intercettazione emerge in tutta la sua gravità il clima in cui vivono gli imprenditori taglieggiati. “Sai quante ditte hanno i casalesi? – chiede uno all’altro – da quello che ho capito io hanno su e giù un milione di euro in contanti .. i giro di soldi, i miei, i tuoi e li stanno prestando in giro.. un milione di euro.. stanno ciucciando il sangue ad aziende che son prese male e di conseguenza vanno a rompere i c.. ai loro fornitori […]il numero di persone che sono coinvolte in questo giro qua, di presi male, è grande. .. la sostanza è che io non ho sentito niente sui giornali.. di gambe spaccate, di facce spaccate”.

Tra le vittime dell’Aspide, la Vipera Aspis, c’è anche un assicuratore bassanese che il 24 gennaio scorso ha deciso di togliersi la vita con il gas di scarico della macchina. L’uomo era schiacciato dai debiti ma soprattutto perseguitato dai casalesi che gli avevano prestato 80mila euro ma ne volevano indietro 30mila di interessi a stretto giro. Di lui parla un amico, anch’egli in difficoltà economiche, in una delle telefonate intercettate dai Carabinieri: “Ero stato io a presentare Mario Crisci e Antonio Parisi al mio amico, sapevo che era in difficoltà. Mi confidò di aver concluso l’operazione con quelle persone, sebbene io gli avessi sconsigliato di farlo, a quelle condizioni. Poi mi capitò di vederlo in stato fisico sempre più precario a causa delle vicissitudini finanziarie, che si sono sempre più aggravate per via degli interessi sul prestito. Dopo un breve ricovero presso una struttura per malati di depressione, si è tolto la vita. Dopo la morte sono venuto a conoscenza dei motivi, dal fratello”.

Solo dopo gli arresti, e su indicazione dei rispettivi legali, gli imprenditori ricattati hanno iniziato a raccontare agli inquirenti come sono finiti nella rete. Visti però i tempi, non proprio veloci, con cui hanno deciso di parlare, è lecito domandarsi: ma a muoverli, ora che la loro paura è cessata, è un “rinfocolato” spirito di collaborazione con la giustizia oppure è l’accesa speranza di finire nel programma antiusura dello Stato che prevede, tra l’altro, dei sostanziosi aiuti economici?

Monica Zornetta

 

 

 

 

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E lo chiamano Veneto felix. Meno di un mese prima del maxi blitz che ha sgominato la filiale veneta dei Casalesi, Padova si era già svegliata con la lunga ombra della temibile organizzazione campana su di sè.

Ai primi di aprile, nel corso di una grande operazione condotta dalla Dia di Napoli insieme ai colleghi veneti, a Santa Giustina in Colle è stata sequestrata un’azienda, la Tpa trituratori Srl, di proprietà del boss Cipriano Chianese detto “il re dei rifiuti” ma intestata fittiziamente al suo vecchio proprietario, il 49enne Franco Caccaro di Campo San Martino, nel Padovano, che l’aveva fondata nel 2001 insieme a due soci, poi estromessi.

L’imprenditore padovano, che risulta denunciato a piede libero , era balzato in pochissimo tempo ai vertici del settore delle macchine per triturare rifiuti aprendo sedi anche a New York, in Brasile, Australia e Turchia.

Il suo ruolo di prestanome è emerso da alcuni controlli effettuati sui flussi di denaro tra Caserta e Santa Giustina in Colle. Ad insospettire gli investigatori è stato il rapidissimo incremento della sua attività tra il 2005 e il 2006 grazie all’ingresso di ben 3 milioni di euro versati sotto forma di assegni dalla Resit, la società che gestisce alcune discariche nel territorio di Giugliano, di cui Chianese risulta essere il titolare.

Caccaro, che fino a poco tempo fa girava per Santa Giustina in Colle al volante di una rombante Ferrari, da qualche mese sembra essere “riparato” all’estero, forse temendo guai più seri.

Monica Zornetta (Narcomafie, 2011)