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Il governo di Mario Draghi sta continuando a lavorare alla bozza del Recovery Plan in vista della presentazione della sua versione definitiva alla Commissione Europea, il 30 aprile. Ma il contributo dato dalle scelte, dalle strategie e dagli obiettivi messi nero su bianco dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) sarà sufficiente a sostenere una ripresa, non solo economica, del Paese? E sarà davvero efficace per costruire un’Italia più sostenibile, più attenta ai diritti collettivi e dell’ambiente, più concentrata sulla giustizia sociale e più capace di riaccendere entusiasmi e speranze nelle persone e nelle comunità? Secondo la Società della Cura, una piattaforma nazionale nata durante il lockdown che riunisce diverse centinaia di associazioni laiche e religiose, di singoli cittadini, di reti civiche e organizzazioni sociali, tutto ciò che il governo sta mettendo in campo con questo piano non basterà a farsi superare una crisi tanto profonda e complessa da essere definita sindemia se, insieme al denaro, non destinerà anche nuovi progetti, e visioni, con i quali avviare un cambiamento radicale di paradigma economico, sociale e ambientale.

«Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per l’accesso ai fondi europei si fonda ancora su quei concetti di crescita, concorrenza e competizione che ci hanno portato alla crisi attuale», scrivono gli attivisti nell’introduzione al documento/manifesto chiamato “Recovery Planet” che contiene sedici proposte valoriali (e politiche) alternative alle sei “missioni” individuate dal governo per far ripartire il Paese: «Niente cambierà finché non si sostituirà questo modello di economia predatoria con uno basato sulla cura», dove, per cura, si intende un modo di fare e di sentire le cose, significa essere corresponsabili di tutto ciò che facciamo. Parlare di cura significa, ancora, parlare «della cura di sé, degli altri, dell’ambiente, del vivente, della casa comune e delle generazioni che verranno».

«La crisi non è un incidente di percorso ma è il risultato di un modello di sviluppo non più tollerabile», dice Monica Di Sisto, una delle coordinatrici del testo finale del Recovery Planet: «Per questa ragione, e accogliendo i preziosi suggerimenti che ci sono arrivati dal mondo latinoamericano, abbiamo deciso di mettere al centro del nostro discorso proprio la cura».  In un simile contesto, dove trova spazio e voce anche la prospettiva di genere, ecco che il Welfare può diventare persino il punto di partenza del cambiamento, ma ad una condizione: che si superi l’idea di un Welfare-appendice di sistema per riconformarlo al suo originario significato di Benessere. «In questa prospettiva le espressioni Welfare e infrastrutture sociali vanno ri-significate. Non vogliamo un Welfare che raccolga le vittime della competitività, ma un modello che introietta la solidarietà», affermano gli estensori del Recovery Planet, i quali, dopo mesi di lavoro partecipato e coordinato nel rispetto della parità di genere, hanno individuato nella condivisione delle esperienze di mutualismo e cooperazione, del tutto estranee alla logica del mercato, della propaganda e dell’ «l’ottimismo tecnico scientifico introdotto dal Recovery Plan» un elemento generante del cambiamento. Un elemento, tra l’altro, dalla forza dirompente.

Mentre la “missione” 5 del piano governativo «restituisce un quadro di interventi di Welfare che mirano alla metamorfosi dei corpi sociali, culturali ed ambientali attraverso politiche ed estetiche» che sembrano «riconfermare un modello di sistema […] secondo l’idea di una tecnocrazia», la proposta delle associazioni e dei cittadini solidali passa attraverso «lo sviluppo di capacità di cura locali» e la possibile istituzione di un reddito di base periodico per favorire l’equità sociale, la democrazia, per garantire la sicurezza personale, la giustizia di genere, la tutela ambientale. «Dobbiamo e possiamo osare proponendo il reddito di base perché sono venuti a crollare alcuni miti del pensare collettivo», spiegano infine: al presente non appartengono più, infatti, «la crescita infinita, il “tutti sulla stessa barca”, il Welfare come mito che copre tutto, il lavoro per tutti, la società civile come cuscinetto, il trickle-down o teoria della goccia che cade a terra come ricompensa redistributiva per le classi più povere».

Monica Zornetta  (Avvenire, 19 marzo 2021)

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