Argentina ’78. Mario Kempes e la “generazione scomparsa”

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Quando Mario Kempes, senza più i baffi, segnò il suo secondo gol contro l’Olanda, lo stadio El Monumental di Buenos Aies esplose in un boato fragoroso e irreale. In quella finalissima della Copa Mundial de Futbòl, gli oltre settantamila spettatori sugli spalti svanirono all’improvviso sotto la pioggia impetuosa di papelitos e allo sventolio gioioso delle bandiere albicelesti.

Ph. Getty Images

Il pallone, praticamente incollato ai piedi del Matador fin dal limite dell’area di rigore, riuscì a passare sotto il corpo del portiere olandese – quel Jan Jongbloed che dopo l’esordio in nazionale, nel 1962, ne era rimasto fuori una dozzina d’anni – per essere riconquistata pochi istanti dopo dallo stesso Kempes e da lui infilata, senza troppi convenevoli, nella porta vuota.

Quel pomeriggio del 25 giugno 1978 ad applaudire la doppietta del cordobese e il fatale assolo finale del bahiense Daniel Bertoni contro un’Olanda povera di gol e orfana di Cruijf, c’erano, nella tribuna d’onore, i generali golpisti che quel mondiale lo avevano voluto e in un certo senso diretto: Jorge Rafael Videla, Emilio Eduardo Massera, Orlando Ramon Agosti. Accanto ai loro, vestiti in abiti borghesi, e vicino allo stuolo di alti ufficiali che da due anni comandavano col pugno di ferro il Paese, si stagliava una figura occhialuta che pochi avevano visto prima: era quella di un italiano sui sessant’anni, amico di taluni vecchi presidenti argentini, che da un po’, grazie alla sua abilità di “tessitore occulto” avvezzo ai doppi giochi e alle dittature, teneva in tasca anche un passaporto di quello Stato. Il suo nome era Licio Gelli.

Mentre l’arbitro, il piemontese Sergio Gonella, fischiava la fine della gara e le piazze e le strade di Baires si riempivano di argentini trionfanti e di orgoglio nazionale, a poche centinaia di metri dal Monumental, nelle oscure e fredde stanze della Escuela Superior de Mecánica de la Armada – la scuola di formazione degli ufficiali della Marina, divenuta, con l’insediamento della Giunta, il più grande lager clandestino d’Argentina – anche le guardie incaricate di seviziare, torturare e umiliare i prigionieri, esultavano insieme con i loro capi: «Abbiamo vinto! Abbiamo vinto!».
Comincia da qui, dalla storica finalissima dei mondiali voluti dal regime di Videla & C. per occultare al mondo i propri orrori e le proprie barbarie, “Una generazione scomparsa”, il film diretto dal giornalista Daniele Biacchessi e dall’illustratore Giulio Peranzoni – già
autori nel 2016 dell’opera “Il sogno di Fausto e Iaio” – con la nuova tecnica Ldp-live digital painting. E’ un importante progetto della memoria, realizzato grazie al crowdfunding e anticipato da un libro uscito a maggio per Jaca Book, dove Biacchessi ripercorre in undici “atti” gli eventi che hanno preceduto il colpo di Stato del 24 marzo 1976 fino ai processi ai militari genocidi, cominciati nella metà degli anni Ottanta. Dall’istituzione del “Processo di riorganizzazione nazionale” al ruolo sotterraneo di Gelli, della P2 e degli Stati Uniti; dai rapporti d’affari del governo e di molte industrie italiane con i repressori, fino alle loro vittime che contano, ancora oggi, 30 mila Desaparecidos. E ancora, dal coraggio delle Madri e delle Nonne di Plaza de Mayo ai racconti di alcuni sopravvissuti all’inferno dell’Esma; dal crollo della dittatura (nel 1983) alle libere elezioni che hanno portato alla Casa Rosada Raul Alfonsìn e all’istituzione di una Commissione nazionale per fare luce sulla scomparsa delle persone, presieduta dallo scrittore Ernesto Sabato. Il film e il libro saranno presentati in anteprima il 18 novembre alle 15 al Chiostro Nina Vinchi del Piccolo Teatro Grassi nell’ambito di Bookcity, la rassegna milanese che promuove i libri e la lettura.
Monica Zornetta (Avvenire, 17 novembre 2017)