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Provate ad immaginare uno strano animale molto simile a un elefante ma con le zanne ricurve e la pelliccia arruffata, che un bel giorno compare sul “nostro” bollente e iper-tecnologico pianeta con uno scopo preciso: aiutare la natura a ripristinare, almeno in parte, ciò che i Sapiens hanno distrutto.

Un pachiderma mai visto prima, assai bizzarro nel suo aspetto estetico come in quello genetico per via della combinazione tra un mammut lanoso artico, l’ultimo della specie mammut ad estinguersi (5 mila anni fa), e un elefante asiatico, più comune e tuttavia a rischio sparizione.

Se non riuscite a visualizzare un simile mastodonte nell’atto di calpestare un globo terreste sempre più arido, date un’occhiata al sito web di una company statunitense che da qualche anno sta tentando di “de-estinguerlo” per mezzo della genetica e della genomica. La Colossal BioScience di Austin, nel Texas.

Attraverso l’utilizzo della tecnologia CRISPR, vale a dire all’editing del genoma, gli scienziati americani stanno lavorando, infatti, per riportare in vita alcune delle specie non più presenti sulla Terra come, appunto, il mammut lanoso, ma anche il Lupo della Tasmania e il Dodo. Nel caso del gigante alieno estinto con la fine dell’ultima era glaciale, un certo numero di suoi geni, recuperati da resti congelati nel permafrost siberiano, sono stati inseriti nelle cellule di un embrione di un elefante asiatico, considerato il suo parente più prossimo con il 99,6% di Dna condiviso: se tutto andrà come previsto, la creatura che nascerà non sarà un mammut vero e proprio bensì un mammofante o, come lo chiamano nei laboratori texani, un “mammut funzionale”. Un curioso ibrido, insomma: un elefante adattato per vivere nel clima rigidissimo dell’Artico (ma dove nel 2022 le temperature hanno raggiunto i 38 gradi: fonte WMO) che un po’alla volta, di generazione in generazione, dovrebbe assomigliare sempre più al Mammuth Primigenius.

Lo scopo di tale ricerca è provare a combattere il climate change, afferma il genetista americano George Church, professore ad Harvard e al MIT di Boston, pioniere del primo sequenziamento del genoma e fondatore, nel 2021, della Colossal insieme con Ben Lemm, un noto imprenditore del tech.

Da sinistra a destra: Ben Lemm e George Church

Convinto che “una specie non è davvero estinta finché non è scomparsa anche l’ultima traccia di Dna con cui farla rivivere”, Church punta a “preservare gli animali in via di estinzione, e un giorno le piante, con la tecnologia di modifica genetica, e utilizzare quegli animali per rimodellare gli ecosistemi artici e combattere il cambiamento climatico”. Nel caso degli elemoth, di questi “elefanti geneticamente modificati”, l’obiettivo è il ripopolamento di uno dei luoghi più fragili della terra, l’Artico, per ricostituire le praterie che il riscaldamento globale sta deteriorando. Secondo la Colossal, con le loro attività quotidiane gli animali dovrebbero contribuire al sequestro o alla rimozione dall’atmosfera di quantità significative di carbonio e rallentare, così, lo scongelamento del permafrost.

Sono idee affascinanti e al contempo inquietanti e le loro tante implicazioni – giuridiche, ambientali, etico-filosofiche – stanno spingendo gli scienziati di tutto il mondo ad interrogarsi. Se i favorevoli guardano con ottimismo alla possibilità di recuperare la biodiversità perduta, i contrari ne evidenziano l’inutilità: per ottenere qualche risultato servirebbero molti esemplari, molto denaro e troppo tempo. E il clima, ormai, non può più aspettare.

Comunque sia, sono soprattutto alcune questioni a preoccupare. «Il tema della clonazione non è nuovo ma è tornato d’attualità perché è cambiata la tecnica», afferma il filosofo ed evoluzionista Telmo Pievani. «Si era già parlato di clonazione di animali ai tempi della pecora Dolly, ma se oggi quella tecnica (trasferimento del nucleo di una cellula somatica in un ovocita) potremmo definirla arcaica, l’editing genomico, al contrario, è molto promettente poiché di molti animali estinti possediamo l’intero genoma. Del mammut lanoso, ad esempio, noi conosciamo il parente più stretto: l’idea è di prendere il suo Dna e di modificarlo, rendendolo il più simile possibile a quello del mammut. Se ciò era considerato fantascienza fino a una ventina di anni fa, oggi è teoricamente realizzabile perché esiste questo copia e incolla molecolare che permette, tra le altre cose, di creare importanti terapie geniche».

Tale tecnica, però, «è non solo costosissima, visto che richiede centinaia di tentativi prima di arrivare a un risultato, ma anche immatura», riflette ancora il docente di Filosofia delle Scienze Biologiche all’Università di Padova. «I geni formano una rete di connessione e ad oggi nessuno sa che cosa può succedere quando si sostituiscono i geni di un elefante con quelli di un mammut; tanto più che la creatura che ne risulterebbe andrebbe ad abitare in un ambiente diversissimo da quello in cui aveva vissuto la specie che lo ha in parte preceduto».

«Non abbiamo la minima idea di come il suo sistema immunitario reagirebbe né possiamo sapere se sopravviverebbe. Anziché utilizzare questa tecnologia, e il tanto denaro che essa richiede, per de-estinguere animali scomparsi, perché non la si impiega per salvare quelle specie che sono adesso sull’orlo dell’estinzione come i gorilla, i rinoceronti bianchi, le tartarughe marine, molti grandi felini?», si domanda. «Questi sono temi bioetici importanti, di frontiera ed è molto importante che anche nel nostro Paese si cominci a discuterne. Altrove lo si sta già facendo».

Parla di questioni aperte che vanno affrontate senza ritardi anche Luisella Battaglia, fondatrice e presidente dell’Istituto Italiano di Bioetica e ordinario di Filosofia Morale e di Bioetica nelle Università di Genova e di Napoli.

«Quello della clonazione, non solo delle specie estinte, è uno dei tanti aspetti della manipolazione messa in atto dagli umani sui viventi non umani: penso alle modificazioni cui sottoponiamo gli animali per renderli più adatti ai nostri scopi, all’estrema crudeltà con cui li trasformiamo in produttori di cibo. Contro di loro attuiamo un processo che provoca, insieme alla sofferenza, il loro imbruttimento: noi umani, infatti, continuiamo a sacrificare la bellezza dell’animale per adattarlo ai nostri gusti e bisogni». Tra i tanti esempio, Battaglia cita la condizione del pollo, «divenuto un enorme petto, incapace di muoversi, in grado di sopravvivere solo poche settimane» e delle vacche da latte, «trasformate in macchine e costrette a vivere una vita di sofferenza che dura il tempo di tre lattazioni prima del macello».

Il progetto di clonazione degli animali estinti ci parla del modo in cui guardiamo gli animali, continua la componente del Comitato nazionale per la Bioetica, «e li guardiamo come a qualcosa di cui servirci per rimediare ai danni che noi stessi provochiamo, o per diventare il nostro cibo, per farci suscitare sentimenti o soddisfare la nostra curiosità. Nonostante le scienze ci dicano che gli animali non sono degli oggetti – il nostro sguardo verso di loro continua a svelare un atavismo etico che li vuole a noi subordinati o alla stregua di automi privi di sensibilità».

«Auspico che l’essere umano sia in grado di compiere una mutazione anche dal punto di vista antropologico, prendendo coscienza della sua fortissima somiglianza con gli animali, specie nella capacità di soffrire. Se riportassimo in vita animali che da secoli non ci sono più, questi sarebbero costretti a farlo come abbiamo deciso noi. Ciò li porterebbe, inevitabilmente, a soffrire».

L’affrontare senza ritardi tali importanti temi bioetici, considerando il rapido sviluppo delle biotecnologie, permetterebbe all’umanità di riscoprire il proprio legame solidaristico con la natura e con il mondo non umano per costruire quello che Luisella Battaglia definisce umanesimo della speranza, capace di donarci «una visione allargata della comunità morale» dove trovano posto «le generazioni non ancora nate, la biosfera minacciata, la totalità a noi prossima delle creature viventi».

Monica Zornetta (L’Economia Civile – Avvenire, 7 giugno 2023)