Tanzania. Così la passerella di Endelea unisce Milano e Dar es Salaam

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La mia voce non è forte ma la nostra voce è più grande. La nostra voce ha un potere”, scrive l’autore tanzanese Idd Ninga in una poesia dedicata al connazionale Dotto Rangimoto, tra i più autorevoli poeti e intellettuali viventi. Come la voce di quel popolo ha avuto il potere di contribuire alla liberazione dell’Africa dal dominio coloniale, così le loro mani, specialmente delle donne, hanno oggi il potere di creare abiti e accessori capaci di abbracciare i continenti. Gonne, camicie, caftani, pantaloni, borse, giacche trapuntate disegnate a Milano, realizzate a Dar es Salaam da giovani artigiane con il tipico tessuto wax africano e vendute in Europa; una parte del  ricavato viene poi reinvestita in progetti educativi e formativi gratuiti con le scuole tanzanesi allo scopo di offrire ai giovani la possibilità di costruire un futuro diverso per sé e per gli altri grazie alla moda.

E’ un circolo virtuoso quello generato da due intraprendenti ragazze italiane, Francesca De Gottardo e Serena Izzo, fondatrici nel 2018 della start up etica Endelea (in lingua Swahili significa “andare avanti senza fermarsi”) che sta piano piano incidendo sull’economia e sulla cultura di quel Paese attraverso la formazione di competenze e la creazione di relazioni.

«In Tanzania non c’è una vera e propria industria della moda: in genere la popolazione si veste con abiti di seconda mano importati dall’Europa o con capi cinesi. Tutto ciò che viene prodotto – e non è molto, vista la carenza di abilità specifiche – è destinato all’export», spiega Francesca, che di Endelea è l’artefice e la Ceo: «Con il nostro lavoro vogliamo perciò contribuire a sviluppare un’industria del fashion etico in questa parte del continente».

Nata e cresciuta a Pordenone, laureata in Archeologia a Pisa con master alla Bocconi, Francesca De Gottardo ha lavorato alcuni anni come social media manager per Furla e Dolce & Gabbana prima di scegliere la strada dell’imprenditoria sociale. «Lavoravo con i ritmi e lo stress tipici di Milano e della moda, ma ad un certo punto mi sono domandata: se proprio devo lavorare come se stessi salvando il mondo, vorrei almeno capire come riuscire a farlo per davvero. Ho quindi contattato Ong importanti come Save the Children, Oxfam e altri ma già dopo i primi colloqui ho capito che mi sarei ritrovata di nuovo davanti ad un computer e non sarei stata altro che un piccolissimo ingranaggio all’interno di un sistema gigantesco. La svolta è arrivata con un mio viaggio da volontaria in Zambia, tra bambini e anziani: è stato lì che ho realizzato che volevo stare in mezzo alla gente, relazionarmi direttamente con loro».

In quello che fino alla metà, più o meno, del Novecento è stato un protettorato inglese, Francesca aveva acquistato dei tessuti tradizionali e chiesto ad una sarta del villaggio di realizzare una gonna: «Il taglio e la fattura della gonna, però, non andavano bene, o, meglio, non rispondevano al gusto estetico europeo; tuttavia, una volta rientrata in Italia, ho capito ciò che volevo fare e dove. Volevo unire gli stupendi tessuti wax dai colori accesi e dalle stampe fantasia con il design 100% italiano e volevo farlo in Africa».

Dopo averne parlato con l’amica e collega Serena e aver intrapreso una serie di viaggi tra Milano e Dar es Salaam, Francesca ha illustrato la propria idea al personale dell’Ambasciata italiana in Tanzania, che l’ha incoraggiata ad attuarla: «C’è bisogno di un progetto del genere in questo Paese”, sono state le loro parole. Nel giro di pochissimo tempo abbiamo perciò dato vita a questa piccola multinazionale sostenibile: a Milano prepariamo i prototipi e i cartamodelli che poi portiamo in Tanzania, dove una dozzina di sarte lavora alla collezione che venderemo on line. I tessuti sono soprattutto il tradizionale wax africano ma anche il kikoi, filato a telaio da una signora locale che guida una piccola cooperativa femminile».

«Le nostre lavoratrici sono assunte con regolare contratto di lavoro e sono retribuite il 40% in più della media tanzaniana. Inoltre, paghiamo loro i pasti, il trasporto da casa al laboratorio e viceversa e forniamo le macchine da cucire che poi le ragazze, durante i due mesi di pausa, utilizzano per le loro cose. La gran parte ha meno di 30 anni, è sposata e ha figli piccoli: vorrei che il lavorare con noi permettesse a ciascuna di loro di aprire la mente, di aumentare la propria consapevolezza, di discutere e confrontarsi anche su temi considerati tabù in quel Paese, come l’autonomia e l’autorealizzazione femminile, a prescindere dal matrimonio o dalla maternità».

Ora che non passa più le sue giornate davanti a un Pc, Francesca sta toccando con mano l’impatto di ciò che fa: «Ho il pieno controllo di come si lavora e di come viene utilizzato il denaro ma ho anche coscienza dei problemi che le persone che lavorano con noi vivono ogni giorno. Abbiamo, per esempio, voluto estendere l’assicurazione sanitaria anche ai figli delle dipendenti dopo che una ragazza, mamma di un bambino ammalato, abbandonata dal compagno, era venuta da me a chiedere aiuto. Sono donne coraggiose e piene di gratitudine: proprio l’altro giorno un’altra dipendente mi ha chiamata al telefono per dirmi che grazie a questo lavoro ha potuto cambiare casa. Io ormai faccio la spola tra l’Italia e la Tanzania e devo ammettere che a ogni viaggio sento di diventare una persona migliore».

Nel giro di tre anni Endelea ha visto aumentare molti dei suoi numeri, a partire dai pezzi delle collezioni: «Quando siamo partite erano 300, oggi sono 3mila». Anche il fatturato è lievitato: dai 9 mila del 2018 è passato ai 60 mila euro del 2020, mantenendo un 3% fisso per progetti no profit dedicati ai giovani africani. «Abbiamo creato un ponte tra l’Italia e la Tanzania a cui partecipano anche università e grandi brand della moda; abbiamo istituito borse di studio, organizzato a Dar es Salaam una lezione di fashion business con una docente del Politecnico di Milano e presto avvieremo un progetto pilota con una designer di Dior per un corso a cui parteciperanno una trentina di studenti: se funzionerà, l’anno prossimo coinvolgeremo centinaia di ragazze e daremo loro la possibilità di acquisire competenze utili per iniziare una propria attività, dando magari lavoro anche ad altri».

Per quanto riguarda il futuro, Francesca ha le idee chiare: «Stiamo raccogliendo fondi tra possibili finanziatori in vista del business plan per il 2023: abbiamo fino ad ora trovato sei investitori, piccoli ma capaci di inquadrare perfettamente lo spirito di Endelea. Abbiamo bisogno di persone che credono esattamente in ciò che crediamo noi: solo così riusciremo ad attuare un cambiamento reale. Ci è già capitato di dire di no a un fondo di investimento che voleva mettere sul tavolo 500 mila euro ma che ci avrebbe costrette a diventare un’altra cosa».

Monica Zornetta (L’economia civile – Avvenire 9 febbraio 2022)

https://www.avvenire.it/economiacivile/pagine/cos-la-passerella-di-endelea-unisce-milano-e-dar-es-salaam