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Quanto è realmente etica un’azienda benefit e quanto è diffusa, nella cosiddetta B economy, la retorica della sostenibilità? Quanto è stretto, specialmente in Veneto, regione dal Pil robusto ma dal suolo ampiamente consumato, il legame tra territorio, impresa e socialità? Quanto è conveniente per una piccola e media impresa fare “innovazione sociale”?

Domande, queste, a cui la Fondazione Università Cà Foscari di Venezia risponde con i risultati di un progetto innovativo chiamato “Bumobee – Business Models for Benefit Enterprises” (dove per B Corp e società benefit si intendono quelle realtà in cui gli obiettivi del profitto vanno di pari passo con la positività del suo impatto sulla comunità di riferimento e sulla qualità dell’ambiente), sostenuto dalla Regione Veneto e in collaborazione con enti pubblici, cooperative, associazioni di categoria, agenzie di servizi e di cultural engagement. Un progetto unico a livello nazionale, partito con una trentina di imprese venete dal cuore etico individuate in base alla portata della loro ricaduta sociale e ambientale – in particolare sulla governance, sull’ambiente, sulla comunità, sui lavoratori – e successivamente formate dal Dipartimento di Management dell’Università Cà Foscari, dal 1868 la massima autorità nella costruzione della classe dirigente del Nordest: di queste trenta ne sono state selezionate dieci, le quali, dopo essersi “certificate” o aver inserito nel proprio statuto le finalità del “beneficio comune” che intendono perseguire, andranno presto a costituire la prima business community di B Corp e società benefit del Veneto, affiancandosi alle oltre 2500 che nel mondo stanno già creando valore condiviso.

La fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti, ma deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia”, affermava sessant’anni fa Adriano Olivetti, e oggi “Bumobee” percorre sostanzialmente la stessa strada, con un preciso obiettivo: attualizzare il “modello veneto” di relazione tra piccole e medie imprese e territorio, valorizzando scelte/azioni orientate alla responsabilità sociale – così da creare un paradigma di business nuovo, capace di rafforzare reputazione e competitività dell’impresa sul mercato – e “smascherando” quelle realtà che utilizzano tali concetti solo a scopo “narrativo” e non, invece, come reale motore di sviluppo. «Da un lato ci appare evidente la traccia delle relazioni profonde che le imprese venete hanno intessuto con il territorio di appartenenza e il consolidato protagonismo imprenditoriale nelle trasformazioni sociali e ambientali», riconosce Fabrizio Panozzo, professore associato in Economia aziendale presso il Dipartimento di Management dell’ateneo veneziano nonché responsabile scientifico del programma; «dall’altro, ciò che di nuovo sta invece emergendo è la tendenza a trasformare l’impatto sociale in un elemento di identità e differenziazione che, se gestito come un vero e proprio brand, può effettivamente rendere l’impresa più competitiva.

Fabrizio Panozzo

Oggi le aziende parlano tutte, o quasi, di economia sociale, di etica, di responsabilità sociale, di trasparenza», continua Panozzo, «ma quanto, e in che modo, queste parole, inventate da chi lo fa per mestiere, diventano anche sostanza? Abbiamo osservato, per esempio, che l’uso della retorica benefit aumenta in parallelo all’incremento degli episodi corruttivi, alle truffe, alla devastazione dell’ecosistema: ecco, noi vogliamo separare la retorica dall’azione autentica, la forma dalla sostanza e riconoscere (e premiare) quelle imprese virtuose che non usano le parole per gioco, a solo scopo di propaganda, ma che si impegnano ogni giorno per creare valore a lungo termine per tutti».

Monica Zornetta (Avvenire, 14 marzo 2019)

https://www.avvenire.it/economia/pagine/aziende-etiche-in-veneto