Mario Tuti: “Simpatico Grillo, mi ricorda il Duce”

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Quel braccio con cui, negli anni terribili del terrorismo, faceva il saluto romano anche ai processi,  noncurante dei ferri ai polsi, oggi accarezza con tenerezza i cavalli nella stalla.

Siamo in una fattoria nei pressi di Tarquinia, alle pendici dei monti della Tolfa, nel bel mezzo della verde Maremma laziale. Qui Mario Tuti, 67 anni, l’ex terrorista nero condannato a due ergastoli per tre omicidi, trascorre da qualche anno i momenti di libertà. Circondato dalle colline ricche di allume che ricordano tanto l’Irlanda, alleva i cavalli, il suo grande amore, pratica l’agricoltura sociale e aiuta a preparare la grappa al limone, la specialità della fattoria .

A vederlo così, alto e robusto, con la giacca in fustagno, la coppola Stetson calzata sulla testa glabra e il sigaro acceso tra le labbra, sembra quasi un signorotto di campagna. I baffi che un tempo spiccavano neri come la pece, oggi sono di un rado sale e pepe; e gli occhiali che contornano i suoi occhi castani, allora in perfetto stile “Peppino di Capri”, sono divenuti più agili e dorati.

“Ho vissuto negli hotel di Stato – così chiama le carceri – per 38 anni, e ancora ci vivo, anche se esco al mattino per lavorare e vi faccio ritorno alla sera. Ho combattuto per quella che ritenevo essere la verità: sono stato coinvolto in quasi tutte le inchieste sulle stragi, sono stato condannato in appello e assolto dalla Cassazione per l’Italicus, ho vissuto nei famigerati “braccetti della morte” con Renato Vallanzasca, e poi da latitante tra l’Italia e la Francia. Ecco, di tutto questo oggi non mi importa più niente”, dice, “non voglio essere prigioniero del passato. Per me ora contano solo i cavalli, il rispetto di questa Aisna Tuti Tamna, la sacra terra dei cavalli, di cui peraltro mi sento custode; lo studio; l’ippoterapia e le fatiche che i “miei” ragazzi affrontano ogni giorno per uscire dalla droga” (si riferisce ai giovani ospiti della comunità di recupero in cui lavora quotidianamente, ndr)

“Nemmeno della politica mi importa più”, aggiunge con il suo incorrotto accento toscano l’uomo che negli anni ’70, da anonimo geometra del comune di Empoli che inseguiva il mito del fascismo rivoluzionario e gli ideali della Repubblica sociale italiana, aveva ucciso due poliziotti che si erano recati a casa sua per arrestarlo, “nè di ciò su cui non posso agire. Ecco, se le amministrazioni decidessero di costruire una discarica qui, alla fattoria, allora sì che mi muoverei. Andrei a Roma in sella al cavallo, rovescerei la statua di Marco Aurelio, poi salirei la scalinata, sempre a cavallo, e arriverei in consiglio comunale. Non farei azioni armate, no: sono finiti i tempi in cui facevo il giustiziere, ma di sicuro ricoprirei di cacca di cavallo il Campidoglio”.

Eppure in politica qualcuno che gli piace c’è. “Sì, è il Movimento Cinque Stelle, se non altro perché alcuni dei punti del suo programma sono i medesimi della Carta di Verona, della Rsi: penso alla socializzazione delle imprese, all’abolizione dei sindacati, alla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese. Ecco, 60 anni dopo queste cose sono tornate in auge e la cosa, francamente, mi fa sorridere. Forse bisognerà tornare indietro o, per dirla alla francese, reculer pour mieux sauter, rinculare per saltare meglio. Nonostante io non voti, se potessi votare scriverei, sulla scheda: Non sarò vostro complice. Questo Stato non l’ho costituito io», spiega, ridendosela sotto i baffi, «e in esso non mi riconosco. Mi rispecchio pienamente, invece, nei punti di Verona: in fondo non è stata firmata alcuna resa e dunque, per me, siamo ancora in armi.

«Di Beppe Grillocondividoappienoanchegliattacchiallacasta(echinonlicondivide?)elasuaaperturaaCasaPound.Nonmisonopiaciutiinvecegliapplausitributati,anchedaglistessigrillini,alvecchissimosenatoreEmilioColombo,uncocainomane,durantelaprimasedutaaPalazzoMadama:sefossistatoiounodelM5S,francamentemenesareiandatodall’aula.Allafineditutto,però,pensochenemmenolorocelafarannoacambiarelecose.

«Quando dicono: «Apriremo il Parlamento come una scatola di sardine», io rispondo: «Ma come pensate di poter entrare nel meccanismo della finanza internazionale? Come pensate di poter controllare lo spread? Le possibilità che Grillo e i suoi hanno di influire sullo Stato, su questo Stato la cui funzione pare essere solo quella di impedire l’attività e l’iniziativa dei cittadini, sono quelle che ho anche io».

Detto questo, Mario Tuti si ferma per un momento ad osservare le dolci colline spazzolate dal vento fortissimo. E un albero solitario, poco più in là della stalla, sembra piegarsi su sè stesso. «Ma di tutto questo io sono solo un osservatore distaccato – aggiunge, continuando ad accarezzare i suoi cavalli, «quel che cerco di fare, nel mio limite, è di vivere in maniera accettabile gli anni che mi restano; è di comportarmibene.Poi,nonsosehoititoliperergermiagiudice:francamente»,concludesorridendo,«laposizionedigiudiceneanchemipiace».

Monica Zornetta (Oggi, n.14, 2013)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SCHEDA

Mario Tuti nasce a Empoli il 21 dicembre 1946. Figlio di un fedelissimo a Badoglio, fino al 24 gennaio 1975 conduce una vita apparentemente tranquilla nella cittadina in provincia di Firenze dove vive con la moglie e i due figli piccoli e dove lavora come geometra all’ufficio tecnico comunale.

Quella mattina del 24 gennaio Tuti, che già un paio d’anni prima aveva dato vita al Fronte nazionale rivoluzionario, un “gruppo armato di lotta contro il sistema”, uccide due dei tre poliziotti che si erano recati a casa sua per perquisire l’abitazione e per arrestarlo. Dopo il duplice omicidio riesce a fuggire. Con l’aiuto di alcuni ordinovisti toscani si rifugia in Garfagnana, e poi fugge all’estero.  Vienecondannatoall’ergastoloincontumaciaearrestatodopopocoinFrancia,aSaintRaphael,dallapoliziaaseguitodiunabrevesparatoria.VienequindiestradatoinItalia.

Nel 1980 è rinviato a giudizio per la strage al treno Italicus (4 agosto 1974, 12 morti): condannato in appello, viene assolto definitivamente dalla Cassazione al termine di un processo lungo e tortuoso. Condannato a 20 anni per gli attentati sulla linea Firenze-Roma, viene assolto in appello nel ’90.

Il 13 aprile 1981, durante l’ora d’aria nel carcere di Novara, uccide insieme con Pierluigi Concutelli il fascista bresciano Ermanno Buzzi, condannato per la strage di Brescia (28 maggio 1974, 8 morti e 102 feriti) e considerato dai “neri” unconfidentedeicarabinieri.

Il 25 agosto 1987 è a capo della rivolta e del tentativo di evasione dal carcere di Porto Azzurro. Cinque detenuti, tra i quali lo stesso Tuti, sequestrano 34 persone dell’amministrazione penitenziaria, compreso il direttore,  per oltre una settimana. La rivolta termina con la resa dei “detenuti-sequestratori” e la condanna a 14 anni per la “primula nera”.

Nel 2000 fa istanza per ottenere la semilibertà; nel 2003 arriva il primo permesso; nel 2004 gli concedono finalmente la semilibertà con un lavoro tra i giovani ospiti di una comunità di recupero per tossicodipendenti, a Civitavecchia, etraibambinidiunacasa-famigliaaRoma.