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È noto che l’innalzamento delle concentrazioni dei gas serra aumenta la temperatura della superficie terrestre, con tutte le conseguenze dannose che ne derivano: esempi di gas serra sono il vapore acqueo, l’anidride carbonica, il protossido di azoto, il metano. Insieme alla costruzione di un sistema alimentare eco-sostenibile, alla protezione della biodiversità e alla creazione di nuovi posti di lavoro, l’azzeramento delle emissioni di anidride carbonica e, appunto, dei gas serra di origine sia naturale che antropica rientra negli obiettivi che l’Europa ha stabilito di voler raggiungere – ci si augura non solo sulla carta – entro il 2030.

E’ un percorso non più procrastinabile che ha tra i suoi alleati più preziosi i settori che compongono la cosiddetta “economia blu”, cioè la pesca artigianale e l’acquacoltura (alle quali la FAO ha dedicato l’anno che sta per chiudersi, il 2022) insieme a tutto ciò che si lega al mare, alle coste e agli oceani. Anche il Parlamento europeo, riconoscendone l’eccezionale importanza, ha di recente sollecitato i suoi “attori” a compiere un decisivo cambio di rotta verso una sostenibilità reale allo scopo di contribuire concretamente alla conservazione degli ecosistemi, i nostri indispensabili scudi di protezione dagli effetti devastanti di quel cambiamento climatico di cui noi stessi siamo gli artefici. E infatti, a fronte di una richiesta in costante aumento di prodotti ittici (quantificata dall’organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura delle Nazioni Unite in almeno 40 milioni di tonnellate ogni anno, pari al 20% da qui al 2030) e di una sempre maggiore insostenibilità della pesca intensiva, la lente è da tempo puntata sull’acquacoltura, al cui potenziamento e miglioramento si stanno concentrando programmi operativi, orientamenti e piani strategici internazionali ma anche numerose ricerche scientifiche.

Sono dedicati, ad esempio, allo sviluppo di alimenti innovativi per i pesci d’allevamento i lavori di diversi scienziati del biotech in Europa, Stati Uniti e Cina: tra loro c’è anche il microbiologo marchigiano Simone Zenobi, 46enne di Jesi, studioso della fermentazione microbica, autore di un importante studio sulla simbiosi dei batteri nei digestori anaerobici pubblicato nel 2016 sull’Isme Journal e dal 2018 in attività nei laboratori di CPI – Centre for Process Innovation UK, il più qualificato Centro di Innovazione tecnologica per le industrie chimiche, biotecnologiche e farmaceutiche del Regno Unito (partecipata per il 50% dal governo britannico). Qui, nel nord dello Yorkshire, produce  mangimi per i salmoni partendo da batteri coltivati in acqua e sali minerali, idrogeno, anidride carbonica e gas naturale.

Arrivato in Inghilterra nel 2008 con una laurea magistrale in Scienze biologiche con indirizzo biotecnologico e con l’amara consapevolezza che «in Italia, almeno nel mio settore, se non conosci la persona giusta non entri da nessuna parte», Zenobi spiega che cosa fa nei laboratori di CPI-UK: «In pratica, con il gas serra estrapolato dall’atmosfera o proveniente dal biogas generato attraverso la digestione anaerobica, nutro una biomassa batterica che viene poi trasformata in pasticche per essere impiegata come mangime proteico nelle acquacolture dei due principali Paesi europei che allevano ed esportano salmoni: la Norvegia e la Scozia». Un Paese, quest’ultimo, finito qualche anno fa al centro di un’indagine svolta sotto copertura dall’organizzazione inglese per la salute degli animali, la CIWF – Compassion in World Farming, che ha svelato violazioni della regolamentazione sull’animal welfare e alti tassi di mortalità in alcuni allevamenti.

Il lavoro che lo scienziato italiano sta conducendo con il team di ricercatori inglesi è, viceversa, pluri-virtuoso perché la coltivazione i batteri avviene «utilizzando l’anidride carbonica e il metano (biogas) che verrebbero altrimenti dispersi nell’atmosfera e lo fa a costo zero». La produzione di questi mangimi, inoltre, «non incide sulla popolazione dei pesci selvatici che normalmente è alla base delle farine di pesce, la fonte proteica principale dei salmoni, né incide sulla produzione stessa di CO2. Con CPI-UK e un’altra impresa inglese, stiamo anche lavorando nel settore dell’Agritech per produrre fertilizzanti: abbiamo osservato, infatti, che certi batteri incrementano notevolmente il fissaggio di azoto nelle piante e, così facendo, permettono loro di crescere più velocemente e rigogliosamente. Ma abbiamo in piedi anche altre ricerche sostenibili per l’ambiente: penso alla produzione di carne sintetica ad un costo di mercato competitivo (che riduce i gas serra negli allevamenti) o ai probiotici per le mucche ottenuti da batteri che mangiano metano».

Di fronte a tutte questo, Simone Zenobi non ha dubbi: il nostro futuro non può che prescindere dai batteri, perché «da loro è possibile produrre tante cose: medicinali, proteine, mangimi per pesci ed animali e, perfino, energia».

Monica Zornetta (Avvenire, 5 gennaio 2023)