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Jana, a te piace farlo, giusto?”, mi aveva chiesto un caro amico che conosceva le mie difficoltà economiche, “e allora perché non ci provi?”. E ci ho provato. E quando ho visto che per un’ora di ginnastica sessuale mi mettevo in tasca 400 euro, ho deciso di continuare”.

Alta, platinata, tatuatissima, un corpo generoso e un volto così limpido da disorientare, Jana fa la escort. Da undici anni, ormai. Ma non immaginatela sulla falsariga delle giovani e procaci pseudo veline pronte a tutto a cui la tivù e i social ci hanno abituati. Lei è una vivace donna di 47 anni con una storia lunga e molto dura alle spalle. Tre matrimoni – l’ultimo, celebrato a San Francisco nel 2003, durato appena tre settimane –, due divorzi, due figli grandi, una passione per le motociclette e per l’arte, un trascorso da commis di cucina e da operaia turnista in un cantiere navale del nord Italia. Lì al cantiere mi spezzavo la schiena tutti i giorni per 600 euro al mese; facendo la escort mi bastano due clienti in un pomeriggio e sono a posto”.

Quando ha cominciato a praticare il mestiere più antico del mondo, la parte, diciamo così, organizzativa, la curava l’amico. “Metteva gli annunci sui siti specializzati, gestiva i contatti, me li girava. Io li selezionavo in base alla loro voce, lasciandomi ispirare dalla sensazione che mi davano al telefono, e andavo agli appuntamenti con la mia mitica 500”.

Jana con Pia Covre

A sentirla raccontare sembra un’impresa da nulla, ma non è così. “E non lo posso certo negare. La mia prima volta per esempio è stata orribile. Ricordo l’odore di gatti maltenuti che impregnava la casa di quell’uomo. E la brutta impressione che mi ha fatto il suo corpo. Pensavo ai miei genitori, a quello che mi avevano insegnato e a tantissimo altro, tutto insieme. Che confusione pazzesca avevo in testa. Con il tempo, però, ho imparato che quelle sono emozioni che passano e un poco alla volta il fare sesso così, senza amore, diventa sempre meno problematico”.

E pensare che quando era ragazzina, nella difficile Torino dei difficilissimi anni Settanta, la sua vita è stata facile. Sul serio. A occupargliela per intero c’erano l’amore dei genitori e delle due sorelle, gli studi all’istituto alberghiero sospinti dal sogno di salpare su una nave da crociera tipo Love boat, la speranza di trovare il principe azzurro con cui fare undici figli. “Si, proprio undici – ci scherza su – ma non per organizzare una squadra di calcio”.

Con la morte del padre la sua favola si è però interrotta. “Era il 1984, avevo sedici anni e il colpo è stato tremendo. Sono entrata in crisi. Un anno e mezzo dopo ho sposato in chiesa il mio fidanzato storico e sono diventata mamma. Ero molto giovane, lo so, ma a quel tempo mi sentivo già una donna bell’e fatta”.

Forse quella di Jana è stata una fuga, forse la tappa di una ricerca interiore, forse qualcos’altro. Fatto sta che quattro anni dopo il suo matrimonio è già al capolinea. “Nonostante l’amore, ad un certo punto le cose avevano preso una piega bruttissima. E infatti è finita nel peggiore dei modi. Ma non voglio aggiungere di più”.

E poi, come una specie di slavina, sono arrivati l’incontro con un biker assai più vecchio di lei – “che ho sposato e con il quale sono diventata donna” -, la nascita del secondo figlio, una nuova dolorosa separazione e diversi problemi economici che sembrano irrisolvibili. Ecco allora l’amico torinese avanzarle la provocante proposta del sex work.

Ma c’è di più. Un giorno, alla fiera Torino Erotica, ricevo un’offerta da un regista di film porno. Ok, è stata la mia risposta, non ho problemi né paure. Tanto più che i soldi fatti con il cinema hard sono davvero facili. Ma gli pongo una condizione: che il film fosse circolato solo all’estero”.

Purtroppo non è andata così, e le conseguenze sono state pesanti. Attraverso gli infiniti labirinti di internet, e i compagni di scuola, quel film è arrivato sul cellulare di mio figlio, il più piccolo. E’ successo un casino. Non sapevo cosa fare, ero nel panico, finché un’amica mi ha consigliato di parlargli a cuore aperto, di spiegargli tutto. E così ho fatto”.

Il ragazzino però respinge quella confessione, che getta con dolore al di là di un muro. “Si è arrabbiato tantissimo e ha preferito allontanarsi da me. Come lui anche mia madre e una delle mie sorelle.

A quel punto ho

Jana in una scena del film “Qualcosa di noi”

capito che se stavo a Torino avrei continuato a fare del male a troppe persone, perciò ho deciso di andarmene. Di ricominciare da un’altra parte. Ho scelto Bologna soprattutto perché ci viveva un uomo che mi piaceva molto ma con cui è durata poco”.

Jana è una donna che ama per davvero l’amore, quello puro, sincero. Che può durare un’ora, un giorno o anche tutta la vita. E in nome dell’amore dodici anni fa ha accettato di convolare a nozze per la terza volta. “Sono stata in California tre settimane, giusto il tempo di sposarmi perché già durante il viaggio di ritorno ho sentito spegnersi il sogno”. Oggi sta con un ragazzo spagnolo, un trentenne che l’adora, ricambiato. “Ha compreso che quel che faccio appartiene ad un momento, è solo un passaggio, e lo rispetta”. Le capita spesso di viaggiare per lavoro, di andare “in tour”, come dice lei, anche se in genere riceve in una casa appena fuori Bologna. “Ma mica lavoro tutti i giorni: quando ho fatto due clienti per me è sufficiente. E non con tutti faccio sesso: ci sono quelli che mi chiedono di parlare, quelli che vogliono farsi schiaffeggiare. C’è di tutto. Con i miei clienti fissi, più o meno una decina, so già cosa fare e quindi agli appuntamenti ci vado tranquilla, col cuore leggero”.

A sentirla parlare, a guardarla, si fa davvero fatica a pensarla come prostituta. E lei lo sa. “Non mi sono mai adattata al cliché della escort né voglio diventare ciò che faccio. Io sono Jana, come sta scritto nel tatuaggio che porto sul collo, e faccio questo lavoro perché mi fa guadagnare. Stop. Quando mi rivesto e risalgo in macchina, tutto quello che ho fatto, che ho visto, si dissolve e torno a essere me stessa. La Jana che trascorre pomeriggi interi nei musei, che si sveglia alle 5 perché ci sono sempre tante cose da fare in casa, che sta mettendo a punto il prossimo viaggio ad Auschwitz, che si diverte a stare con gli amici, che non teme di mettere in luce la propria anima e di diventare la voce di tutte le sex workers che non ce l’hanno. Mio figlio più grande lo ha capito e oggi il nostro rapporto è buonissimo, tanto che pochi mesi fa ha voluto presentarmi la sua fidanzata. Non ho dubbi: i figli e i tatuaggi sono le due cose di cui più vado fiera, nella vita”. 

Quella vita complicata che ha accettato di raccontare ad un gruppo di studenti della Bottega delle finzioni in un documentario (“Qualcosa di noi” della regista Wilma Labate, ndr) presentato al Torino Film Festival e per il quale poche settimane fa ai Nastri d’argento Doc, a Roma, ha ricevuto un riconoscimento speciale come miglior protagonista dell’anno. “In effetti è la terza cosa di cui vado fiera. Non dimenticherò mai la serata della premiazione: quando hanno chiamato il mio nome è stato bellissimo. “Ricevere questo premio è stato più difficile che arrivare fin qui”, ho detto, con gli occhi lucidissimi e un nodo in gola. E una volta scesa dal palco, tremante, Walter Veltroni è venuto a stringermi la mano e Gianni Amelio con Gabriele Salvatores si sono avvicinati per complimentarsi. Quel premio non è stato vinto solo da me ma da tutte quelle come me perché, l’ho ribadito anche quella sera, in ogni prostituta c’è sempre una persona”.

Monica Zornetta

nb.Dopo averla vista a Torino, il regista Paolo Virzì l’ha voluta nel cast del film “La pazza gioia” (2016)