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Ogni guerra lascia in eredità qualche cosa. Nel Laos, ad esempio, il conflitto che dal 1964 al 1975 ha ucciso diverse decine di migliaia di persone, raso al suolo villaggi, avvelenato terra e acqua, distrutto strade e portato al collasso l’economia, ha lasciato in eredità 80 milioni di bombe a grappolo inesplose – su un totale di 270 milioni sganciate dagli aerei americani, secondo i dati della Lao National Regulatory Authority for UXO – ma, anche, un artigianato locale molto creativo dove mani di donne e di uomini da decenni trasformano parti di questi pericolosi ordigni, o scarti di essi, in cucchiai, mangiatoie per gli animali, cancelli e palafitte per le abitazioni, e, persino, in monili.

Bracciali, anelli, collane, ciondoli e orecchini in alluminio, realizzati con l’antica tecnica della “staffa” (dove due mattoni di argilla diventano lo stampo dentro cui colare il metallo fuso), che dal 2019 sono in vendita anche in Italia grazie all’impegno della piccola impresa di e-commerce No War Factory, fondata a Viareggio da Massimo Moriconi insieme alla moglie Serena Bacherotti e a Riccardo Biagioni.

No War Factory acquista direttamente dagli artigiani del Laos i manufatti grezzi, li impreziosisce  con incisioni o inserti di argento, pietre e diamanti canadesi progettati dalla designer della scuola orafa fiorentina Francesca Barbarani, e li vende sul sito www.nowarfactory.com: il 10% dei profitti lo dona poi ad alcune associazioni di volontariato e ong internazionali come Mag – Mines Advisory Group, che si occupa dello sminamento e della rimozione delle bombe a grappolo inesplose, Adopt a Village in Laos e Sons of Mine, che aiutano i villaggi rurali laotiani anche attraverso l’acquisto di filtri in ceramica per la potabilizzazione dell’acqua. «L’idea di costituire la No War è nata qualche anno prima del 2019», spiega Moriconi, 43 anni, viareggino: «Era il 2011 quando io e Serena abbiamo avuto la possibilità di vivere per tre mesi nel Sud Est asiatico e di toccare con mano, soprattutto in Cambogia, la grande povertà e le diseguaglianze che attanagliano il Paese e l’intera macroregione. Quando siamo rientrati, abbiamo deciso di collaborare con la riminese Teepee al progetto di creazione di un lavoro per i giovani cambogiani: una volta ripartiti, abbiamo affiancato la canadese Adopt a Village in Laos, vivendo per un po’ di tempo in alcuni villaggi agricoli e aiutando i volontari e la popolazione ad ampliare una scuola già esistente».

Una sera a Luang Prabang, la città più turistica del Paese, è capitato loro di scorgere alcuni bracciali prodotti con gli scarti degli Uxo, gli ordigni inesplosi, in vendita in un banchetto. «Il commerciante ci aveva spiegato come e dove trovare l’artigiano che li aveva realizzati: ci siamo così messi alla ricerca della fonte finché non l’abbiamo trovata in un villaggio a Phonsavan, nella Piana delle Giare, a più di dieci ore di viaggio da noi», continua Massimo Moricone, spiegando che in quel piccolo e poverissimo luogo di montagna – disseminato, come l’intera Piana delle Giare, di bombe che a distanza di tanti anni dal conflitto non hanno smesso di uccidere – gli abitanti non avevano più visto persone estranee alla loro comunità dai lontani tempi della guerra.

Parlando con il nan-ban, il capovillaggio, Massimo e Serena hanno quindi appreso che gli artigiani producevano con la tecnica a staffa soprattutto cucchiai e semplici utensili domestici, che poi vendevano ai mercatini insieme al riso e al bestiame. «A quel punto, una volta in Italia, abbiamo deciso di raccogliere fondi per contribuire all’acquisto di filtri in ceramica per la potabilizzazione dell’acqua in un villaggio e in una scuola e, successivamente, ci siamo confrontati con gli artigiani locali sulla possibilità di creare gioielli, non solo semplici bracciali, che noi avremmo acquistato al giusto prezzo e poi rivenduto, donando, inoltre, il 10% in beneficenza. Ottenuto il loro sì, io, mia moglie e Riccardo abbiamo messo sul tavolo 10 mila euro e siamo partiti con il nostro business solidale che oggi, grazie soprattutto ad una efficace promozione sui social networks, ha raggiunto anche la Spagna, l’Inghilterra e la Germania».

Con il tempo, ai gioielli in alluminio si è affiancata una linea di monili artigianali in ottone creati in Cambogia con le bombe, i proiettili e le mine sepolte durante la terza guerra d’Indocina, e si sono aggiunte borse in foglia di tek thailandesi o in plastica riciclata. «Da qualche anno collaboriamo con Emergency, Arci, Open Arms Italia, Baobab Experience mentre a breve daremo il via ad una partnership con Give me a hand, un’altra onlus italiana che progetta e costruisce protesi con la stampante 3D per i bimbi del Vietnam. Ma non vogliamo fermarci qui e continuiamo, e continueremo, a cercare situazioni, popoli e luoghi dove portare il nostro aiuto».

Monica Zornetta (Avvenire, 5 maggio 2021)