I paladini della natura selvaggia che Trump sceglie di ignorare

Shakespeare fu un ecologista. E capirebbe la crisi climatica
15/12/2025
Shakespeare fu un ecologista. E capirebbe la crisi climatica
15/12/2025

Poco tempo prima delle elezioni americane del 2016, lo Star Journal, storico quotidiano dell’Illinois, titolava un suo pungente editoriale, L’onnisciente, intendendo con ciò riferirsi non al Padre Eterno quanto al ben più effimero Donald J. Trump, che tra business opachi, reality show e parties esclusivi, stava per diventare il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti.

«Trump sa più del programma spaziale americano di quelli che lavorano alla Nasa», scriveva. «Sa più dei parchi nazionali di chiunque – ha persino individuato lo Yellowstone su una mappa una volta. Sa più dell’ambiente di John Muir, Rachel Carson e Teddy Roosevelt messi insieme – certamente più di qualsiasi anima vivente – perché un giorno uscì dalle Trump Towers a Manhattan, fece un profondo respiro, e si sentì bene».

Ora, che Donald Trump conosca almeno una di queste figure chiave dell’ecologismo e dell’ambientalismo moderni – da Muir, pioniere della preservazione delle terre selvagge, “padre” del sistema dei parchi nazionali (e del Yosemite) e fondatore del Sierra Club, a Roosevelt, che da presidente ha firmato leggi importanti per la creazione di parchi naturali nazionali, fino a Carson, che con il libro Primavera Silenziosa ha denunciato le devastazioni degli ecosistemi provocate dai pesticidi chimici – è tutto da dimostrare. Quel che è certo, invece, è che le decisioni in tema di politiche ambientali sostenute sia nel primo che nell’attuale mandato, mettono costantemente e spietatamente la natura al servizio del profitto e dello sfruttamento industriale.

Rachel Carson a Southport, Maine (1962).

Per lui, infatti, la wilderness, l’ambiente naturale selvaggio intoccato dall’uomo, dove la biodiversità si esprime in tutta la sua maestosa e imprescindibile varietà, non ha nulla a che vedere con quella «fonte di vita» che John Muir raccomandava come balsamo per lo spirito degli americani «snervati e troppo civilizzati», ma è solo una sorgente di risorse da prosciugare. Perciò, dopo aver decimato o annullato normative e regolamentazioni, modificato accordi internazionali, tagliato fondi agli enti per la salvaguardia dell’ambiente e licenziato i guardiani dei parchi, ha ridotto l’estensione delle aree naturali e dei parchi protetti dal National Park Service e li ha offerti “in sacrificio” alle industrie estrattive, petrolifere, del gas e del legname.

A colpi di ordinanze esecutive, il presidente che si crede un re sta in buona sostanza compromettendo irreparabilmente l’esistenza del «più grande patrimonio nazionale» americano: «La natura stessa», come  aveva capito  già negli anni Trenta del secolo scorso il primo direttore della Divisione Fauna Selvatica del National Park Service, George Meléndez Wright. Un patrimonio che «con tutta la sua complessità e abbondanza di vita […], combinata con la grande bellezza paesaggistica dei parchi nazionali, assume un valore illimitato».

Le sue politiche ambientali, caratterizzate da un cieco antropocentrismo e da una minimizzazione o negazione della crisi ambientale, procedono in direzione ostinata e contraria a quegli ideali di preservazione della natura come valore intrinseco, di equilibrio tra uomo e biosfera, di spazio di libertà universale, per umani e non umani, che hanno invece distinto l’opera e la vita di figure fondamentali del pensiero ecologista a stelle e strisce. Accanto a Muir, quel Frederick Law Olmsted che progettò il Central Park di New York; l’Aldo Leopold dell’Etica della Terra e il “gigante” del New England, lo scrittore Henry David Thoreau, per il quale nella «selvaticità» della natura risiedeva «la preservazione del mondo».

Proprio a questi “fantastici” quattro e alla wilderness quale luogo reale, concetto ecologico ed espressione di libertà e liberazione, Marco Sioli ha dedicato il suo ultimo libro, In difesa della natura selvaggia, pubblicato dalla casa editrice Eleuthera come il precedente, Central Park, un’isola di libertà, del 2023.

Nel nuovo saggio, il professore di Storia del Nord America all’Università Statale di Milano sceglie di fondere il racconto di un viaggio fisico in alcuni dei luoghi simbolo della natura selvaggia americana con il resoconto di un’esplorazione alle radici del movimento ecologista. Seguendo i passi dell’emigrato scozzese John Muir, nato a Dunbar nel 1838 e arrivato nel Wisconsin nel 1839, e utilizzando le lezioni degli altri tre grandi pionieri a mo’ di lanterna, Sioli percorre dunque la strada, assai intricata, molto spesso sconnessa, che ha portato alla formazione del concetto di wilderness e, contestualmente, ragiona sul suo futuro, mai stato peraltro così a rischio come oggi.

John Muir (a destra) e Theodore Roosevelt, Yosemite National Park (1906), come nella foto di copertina

«Lo sfruttamento eccessivo di risorse economiche della terra portano la società, non solo quella americana, verso la catastrofe», scrive, poiché i «due mondi – quello della natura selvaggia e quello del suo sfruttamento estremo» sono assolutamente incompatibili. Così come sono del tutto incompatibili tra loro i propositi di crescita, sviluppo e prosperità con l’infausto slogan Drill, baby drill (trivella a più non posso), tanto caro a Trump e al Partito Repubblicano.

Da Louisville, in Kentucky, a Savannah, in Georgia, Sioli attraversa quindi i luoghi raccontati da Muir nelle pagine di un taccuino poi diventato il celebre libro Mille miglia in cammino fino al Golfo del Messico, e come lui, annota osservazioni e impressioni sull’America di oggi.

L’incontro con un amico bibliotecario del Kentucky, sofferente di ernia inguinale, offre all’autore l’occasione per riflettere sul bisogno di giustizia sociale che pervade il Paese, in questo caso sull’«assenza di una copertura sanitaria decente» e sull’«impossibilità per molti di avere accesso a operazioni costose». Il pagamento di un pedaggio per entrare in un parco, gli permette, invece, di analizzare la realtà, denunciata già sessant’anni fa dall’ecologista radicale, scrittore e ranger, Edward Abbey, della commercializzazione e mercificazione dei parchi naturali.

La spiegazione della differenza tra “conservazionismo” (più antropocentrico) e “preservazionismo” (più ecocentrico), gli dà lo spunto per ricordare come il secondo, nel contesto della creazione dei parchi nazionali e in nome di una wilderness autentica, cioè senza la presenza umana, abbia molte volte portato alla rimozione forzata di quelle popolazioni native che abitavano tradizionalmente le terre selvagge. È accaduto per Yellowstone, per il Glacier National Park, per il Great Smoky National Park e altri.

Oggi, sebbene coinvolte nella gestione e conservazione dei parchi, di aree protette e di foreste, le nazioni native e le tribù storiche continuano (giustamente) a rivendicare una connessione con quelle terre, intesa come legame profondo con la loro identità culturale, spirituale e storica. Un esempio è racchiuso nell’episodio vissuto dall’autore insieme a un membro della nazione Salish. «Mi trovavo a Missoula, nel Montana, per un convegno organizzato dalla nazione Salish insieme all’Università», racconta a Domani: «Poiché dovevo andare a visitare Yellowstone, ho dato un passaggio in auto a uno dei relatori, un amico Salish, e quando siamo arrivati al gate e il ranger ha chiesto a entrambi 20 dollari per entrare, il mio amico ha risposto: “Io non pago per entrare nella mia terra”. Il ranger non ha battuto ciglio e il nativo americano è potuto entrare liberamente».

Come è possibile, perciò, progettare la rinascita di un territorio e difendere il futuro della wilderness? Rispettando queste poche ma fondamentali regole, come ci ricorda Marco Sioli alla fine del libro: «riforestazione», «gestione corretta delle acque» e «attenzione a tutte le forme di vita e a tutti gli esseri che lo popolano in un contesto di complementarità».

Monica Zornetta (Domani, 19 gennaio 2026)

Il link: https://www.editorialedomani.it/idee/cultura/i-paladini-della-natura-selvaggia-una-storia-americana-che-trump-sceglie-di-ignorare-i7qe659h

Il Pdf: I paladini della natura selvaggia: una storia americana che Trump sceglie di ignorare