
Tra i veterinari cresce il disagio psico-emotivo per la sofferenza legata alla morte degli animali
12/04/2026
Quante volte ci siamo sentiti dire che la nostra Italia potrebbe essere un paradiso? Abbiamo bellezze che il mondo ci invidia, e una diversità biologica tra le più ricche d’Europa. Eppure, tutto ciò che rende così biodiversamente unicI, non è protetto come dovrebbe.
L’Italia potrebbe essere, infatti, un paradiso per tutte le specie. E invece lo è solo per i bracconieri, che armati di fucile silenziato, richiami acustici illegali, veleni, trappole artigianali e reti, minacciano gravemente gli animali selvatici. In particolare, gli uccelli.
Gli ultimi report del WWF Italia (Crimini di natura) e di BirdLife International – EuroNatur Foundation (Killing 3.0) sono impietosi con noi: dei 46 Paesi europei, nordafricani e mediorientali dove più grave è il problema della caccia di frodo, il nostro veste la maglia nera.
Per via anche della sua collocazione geografica, l’Italia risulta essere il secondo Paese in tutta l’area Mediterranea, dopo l’Egitto, dove l’uccisione illegale di uccelli è particolarmente diffusa. A questa si aggiungono la cattura e il commercio clandestino di specie selvatiche per farne richiami vivi per i cacciatori, o per venderli illecitamente ai ristoranti. Del bracconaggio, chiamato anche caccia di frodo, sentiamo parlare pochissimo sui media e pure il dibattito politico continua a prestargli poca attenzione, soprattutto sul piano legislativo: la legge 157/1992, che disciplina la protezione della fauna selvatica e la regolamentazione della caccia, prevede, di fatto, la comminazione di pene ritenute poco incisive a fronte del grave danno ambientale che provoca.
Parliamo soprattutto di ammende di qualche centinaio o di poche migliaia di euro: l’arresto, infatti, viene trasformato in sanzioni alternative (quando non sospeso). A ridurre l’effetto deterrente ci pensa poi l’insufficienza dei controlli, vuoi per la carenza di risorse, vuoi per la mancanza di personale adeguatamente formato.
Così come altri 38 Paesi europei, continua il dossier di BirdLife International-EuroNatur, anche l’Italia nel 2025 non ha rispettato l’obiettivo internazionale di ridurre di almeno il 50% l’uccisione, la cattura e il commercio illegali di uccelli entro il 2030. Da noi, anzi, la situazione è persino peggiorata.
«Le attività di bracconaggio sono veri e propri crimini contro la vita selvatica», ci spiega Domenico Aiello, responsabile tutela giuridica della Natura per il WWF Italia, «e chi li commette, in spregio della sofferenza dell’animale e della distruzione dell’ecosistema, ottiene profitti illeciti in maniera semplice, a fronte di rischi minimi di sanzioni. Non abbiamo dati certi in grado di darci l’immagine chiara delle dimensioni del fenomeno, ma solo alcuni elementi che ci consentono di dire che è radicato nel territorio italiano ed è in crescita. La caccia di frodo degli uccelli selvatici è profondamente connessa con la caccia “tradizionale”: basti pensare che il 90% di chi commette reati contro la fauna è in possesso di regolare licenza di caccia».
Nel report del WWF, presentato lo scorso marzo in occasione del World Wildlife Day, scopriamo che le specie più colpite comprendono gli uccelli migratori (fringuelli, cardellini, pispole, tordi, quaglie e uccelli acquatici), catturati con reti o richiami fuorilegge, e i rapaci (dalle aquile ai falchi, fino agli avvoltoi). In aumento sono anche le uccisioni di piccoli esemplari di avifauna protetta, come il pettirosso.
Secondo alcune stime della Lipu, gli uccelli abbattuti illegalmente ogni anno in Italia sarebbero ben più di cinque milioni, la metà dei quali nei cosiddetti black spots: le prealpi lombardo-venete, il delta del Po, le coste pontino-campane e quelle pugliesi, la Toscana, la Sardegna meridionale, la Sicilia occidentale e lo stretto di Messina.
I dati locali confermano il quadro nazionale. In Lombardia, ad esempio, i reati contro la fauna selvatica, in particolare la predazione di uccelli protetti, ha registrato l’anno passato un aumento del +52% rispetto al 2024. A evidenziarlo sono anche i numeri forniti dal Centro Recupero Animali Selvatici (Cras) dell’Oasi WWF di Valpredina, nella Bergamasca: nel 2025 sono stati conferiti 1.043 esemplari morti, contro i 685 dell’anno prima. E che la regione sia la grande “malata” d’Italia in questo senso, lo ha rilevato anche l’ultimo rapporto zoomafia della LAV, secondo cui il record di procedimenti iscritti nel 2024 per reati contro gli animali spetta alla Procura di Brescia.
Su 265 fascicoli con 219 persone indagate, 134 e 152 sono, rispettivamente, per crimini venatori e contro la vita selvatica. Seguono Catania con 178 procedimenti e 148 indagati, Bergamo con 173 fascicoli e 95 persone indagate e Trento con 170 fascicoli, 99 indagati. Numeri considerati sottostimati rispetto all’effettiva gravità di un fenomeno che non è occasionale ma perfettamente organizzato, e che gode di connessioni criminali molto ampie, come emerge dalle varie operazioni condotte da forze dell’ordine, enti locali e volontari lungo le principali rotte migratorie italiane. La più recente, “Operazione Pettirosso”, lo scorso autunno ha portato alla denuncia di 135 persone e al sequestro, tra gli altri, di quasi 2500 uccelli tra vivi e morti: la maggioranza aveva anelli identificativi contraffatti poiché era destinata a essere usata come “richiami vivi”.
Forse per via della sua saldatura con la caccia – sostenuta anche a livello politico – e per un’eredità culturale che la lega a tradizioni e a folklori regionali, il bracconaggio non è ancora oggi identificato per ciò che realmente è. Un grave crimine ambientale e sociale che altera gli equilibri naturali degli ecosistemi con conseguenze pericolose anche per la nostra salute e per l’economia delle nostre comunità.
Catturando e sterminando gli animali selvatici, compresi gli uccelli migratori, in luoghi e in tempi vietati, utilizzando metodi proibiti e senza le necessarie autorizzazioni, questi criminali ambientali organizzati riducono il numero e la varietà di specie, favoriscono l’estinzione di quelle rare e compromettono il successo di iniziative di reinserimento in habitat naturali europei delle popolazioni protette. Un esempio arriva dal Progetto di conservazione LIFE20 NAT/AT/000049 – LIFE NBI, finanziato dalla UE – quindi anche da noi cittadini – per reintrodurre in natura l’Ibis eremita, estinto allo stato selvatico in Europa 400 anni fa a causa della pressione venatoria. L’organizzazione austriaca Waldrappteam, che lo ha ideato e messo in atto coinvolgendo anche Germania, Svizzera, Spagna e Italia, ha da tempo lanciato l’allarme: oltre il 30% delle perdite di Ibis eremita nel nostro Paese porta proprio la firma dei bracconieri. Gli sforzi di chi sta portando avanti il progetto, delle associazioni naturalistiche, dei ricercatori, dei volontari e dei Carabinieri forestali, sono il più delle volte vanificati dalle azioni dei cacciatori di frodo. Che abbiano o meno la licenza di caccia, poco conta.
Monica Zornetta (Avvenire, 22 maggio 2026)
Il pdf: Avvenire 22 Maggio 2026 MZ articolo



