Tra i veterinari cresce il disagio psico-emotivo per la sofferenza legata alla morte degli animali

Basta guardarla
per stare meglio:
la forza curativa
della natura
11/02/2026
Basta guardarla
per stare meglio:
la forza curativa
della natura
11/02/2026

Tra le aspirazioni e la pratica può aprirsi una frattura.

Chi sceglie di studiare medicina veterinaria lo fa, nella maggior parte dei casi, per dare forma a un sogno coltivato fin dall’infanzia: salvare gli animali. Ma quando il lavoro quotidiano implica non tanto la cura e l’assistenza delle creature più fragili, malate e ferite ma molto più spesso eutanasie, ispezioni nei macelli, abbattimenti sanitari, gestione industriale degli allevamenti e turni di lavoro massacranti, quella frattura può allargarsi.
E trasformarsi, molte volte, in una voragine psicologica profonda, capace di erodere il senso della vocazione, di frantumare motivazione e identità professionale, fino a condurre, nei casi più estremi, al suicidio.

Sono i freddi numeri degli studi scientifici a raccontarla, questa voragine, mettendo nero su bianco quel che è ancora poco raccontato, e cioè che a causa della convivenza strutturale con la morte, i medici veterinari si trovano più di altri a fare i conti con un’elevata percentuale di pensieri e intenzioni suicidarie e con una probabilità maggiore di arrivare a porre fine alla propria vita.

E’ un disagio diffuso anche nel nostro Paese, come ci rivelano i risultati di una ricerca italiana del 2024 sui fattori predittivi pubblicata su Scientific Reports-Nature. Dei 1.556 professionisti di ambo i sessi – ma con una percentuale maggiore di maschi – tra i 24 e i 74 anni coinvolti nello studio, circa il 29% ha riferito di aver pensato al suicidio. Dieci volte in più rispetto alla popolazione generale, stimata al 3%.  Lo studio: Brscic challenging suicide in veterinarians

I pensieri suicidari, insieme all’abuso di sostanze (specialmente alcol) e ai fattori di sofferenza psicologica, sono indicatori importanti. Ma se in Italia non abbiamo numeri ufficiali sulla mortalità per suicidio divisi per categoria professionale (le cause, da noi, o non sono dichiarate o non sono tracciabili), altri Paesi, pensiamo agli Stati Uniti, all’Australia e al Regno Unito, dispongono invece di numerosi database. Questi, gestiti da governi, Stati, categorie professionali e analizzati in studi specifici, ci permettono di determinare non solo il numero assoluto dei decessi, ma anche la loro incidenza percentuale rispetto alla popolazione generale. In alcuni casi il tasso risulta fino a tre volte superiore.

Altre ricerche internazionali effettuate tra il 2017 e il 2020 per mezzo della somministrazione di appositi questionari, ci mostrano, inoltre, come il suicide risk tra i veterinari e le veterinarie sia considerato un vero e proprio allarme di salute pubblica in Germania (32.1% contro il 6.6% della popolazione); in Canada (26.2% contro il 2.7%); in Norvegia (nei dodici mesi precedenti, per il 27% dei veterinari scandinavi la vita non valeva la pena di essere vissuta mentre il 5% aveva progettato di togliersi la vita). In Portogallo, uno studio del 2024 effettuato su 883 medici veterinari ha rivelato che il 3.5% dei partecipanti ha tentato il suicidio, il 17.2% ha sperimentato ideazione suicidaria, il 27.4% e il 27.7% hanno riportato rispettivamente burnout e affaticamento da compassione.

«L’assenza di dati in Italia non equivale all’assenza del problema», chiarisce Marco Melosi, presidente dell’Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani (ANMVI), che ha promosso lo studio sui predittori:  «I segnali di disagio sono, anzi, presenti e coerenti con quanto osservato a livello internazionale. Come ANMVI, tuttavia, riteniamo fondamentale evitare semplificazioni numeriche, ma allo stesso tempo riconoscere che il rischio esiste e va affrontato con strumenti scientifici e istituzionali adeguati»

Quali sono gli elementi scatenanti?  «La vulnerabilità nasce dall’interazione di diversi fattori. Da un lato, la forte componente vocazionale: la maggior parte dei professionisti sceglie questa carriera con il desiderio profondo di aiutare gli animali, investendo un carico emotivo molto elevato che può esporre maggiormente a delusione, frustrazione e senso di impotenza», continua Melosi.  «Dall’altro, le condizioni di lavoro – in alcuni casi – caratterizzate da orari intensi, reperibilità continua, responsabilità cliniche e sanitarie rilevanti, non sempre accompagnate da un adeguato riconoscimento economico e sociale».

E’ un logoramento emotivo che può iniziare già durante il lungo e competitivo percorso universitario, quando gli studenti,  «pur non avendo ancora una reale consapevolezza delle diverse forme di stress legate alla futura attività professionale», entrano in contatto con animali malati, feriti, destinati all’eutanasia o uccisi nei macelli: se non gestito correttamente, questo “peso” (dato anche dalla responsabilità di prendere decisioni eticamente complesse), può trasformarsi in trauma psicologico o in forme di stress cronico come il burnout, l’esaurimento sperimentato anche da molti operatori sanitari ospedalieri durante la pandemia.

«Il corso di laurea in Medicina Veterinaria è storicamente costruito su una solida base scientifica e tecnica, ma oggi è evidente che questo approccio non è più sufficiente da solo», ammette Marco Melosi. «Lo studio pubblicato su Nature ha evidenziato il ruolo centrale del funzionamento riflessivo e il fatto che una sua carenza è fortemente associata al rischio di ideazione suicidaria. Come ANMVI riteniamo necessario integrare la formazione con strumenti mutuati dalla psicologia, dalle scienze della formazione e dalle scienze sociali. La professione richiede competenze avanzate nella gestione delle emozioni, del lutto, del conflitto e della relazione con il pubblico ed è in questa direzione che si collocano le attività del Gruppo Benessere Veterinario», guidato dal medico veterinario e psicologo Alessandro Schianchi.

La relazione con i clienti è, in effetti, un altro punto cruciale. In ambito veterinario il professionista ha il compito di tutelare la salute dell’animale, gestire emotività e richieste (talvolta) eccessive dei clienti e, ovviamente, mantenere il proprio equilibrio. Spesso, però, queste responsabilità entrano inevitabilmente in conflitto tra loro, creando ulteriori difficoltà nel lavoro quotidiano.

A rendere il quadro ancora più critico è l’aumento di aggressioni e minacce da parte dei clienti. Secondo un recentissimo report della Federazione Nazionale Ordini Veterinari Italiani, circa la metà degli iscritti, infatti, sarebbe stata vittima di almeno un episodio nel corso del 2025.

La frattura tra vocazione e realtà, dunque, non è solo una questione individuale, ma un problema sistemico. «Investire nel benessere dei Medici Veterinari significa investire nella qualità della sanità animale e nella tutela della salute pubblica», conclude il presidente di ANMVI.  «È una responsabilità collettiva che richiede dati, formazione, prevenzione e una cultura del sostegno. Non possiamo più permetterci di ignorare questo tema».

Monica Zornetta (Avvenire, 12 aprile 2026)

Il pdf:  pezzo suicidi veterinari ritagl